Studenti fuori target: e io l’ho fatto, sono tornata all’università da grande!

Io l’ho fatto. Sono tornata a scuola da grande Mi sono iscritta di nuovo all’Università. Facoltà di Studi Orientali, Università La Sapienza. Anche se avevo già un mestiere che mi piaceva, una famiglia, una vita densa. Da sempre mi ero interessata al mondo arabo. Mi attraeva e incuriosiva. Così leggevo, mi documentavo, viaggiavo. Grazie al lavoro, avevo anche girato qualche reportage nel Maghreb e in Asia Centrale, lungo la via della Seta, a Samarcanda, Bukhara. Ma non ero soddisfatta. Mi mancavano le basi. Volevo conoscere la parte di storia mancante.
Studiare il passato per tentare di capire meglio il presente. Imparare la lingua e mettere al posto giusto le tessere mancanti del puzzle.
La struttura accademica mi è sembrata subito la soluzione migliore. In Canada ho amiche che si laureano, si sposano, hanno figli e poi ritornano all’Università per specializzarsi. Trovano un lavoro, si fermano, si rimettono a studiare. Per un dottorato magari. Oppure ricominciano da capo dopo aver scoperto nuovi interessi.
Insomma, iscrivendomi, non pensavo di fare qualcosa di strano.
Invece, a quanto pare, ho compiuto un atto rivoluzionario. Certo, gli amici, quelli veri, si sono entusiasmati. Ho trovato appoggio nei docenti e avvertito spesso sincera ammirazione da parte dei miei neo colleghi. Loro, i ragazzi. Gli studenti legittimi e legittimati.
Ma il coro più sostenuto rumoreggiava in sottofondo: “Che idea, rimettersi a studiare”, “E le prospettive, scusa?”, “Arabo? Auguri!”.
Primo sottotesto: dov’è la convenienza?  In tempi di morale produttivistica, il tempo ha valore solo se rende in termini economici sicuri e immediati.  Spenderlo a fondo perduto, una follia.
Secondo sottotesto: alla tua età.Curioso vero? La vita si allunga ma la giovinezza si accorcia. L’entusiasmo è visto con sospetto. Si vive in risparmio emotivo, mentale e intellettuale. I luoghi comuni e gli stereotipi si sprecano. Due must: la memoria si atrofizzata già dopo i trent’anni. Le lingue s’imparano solo da piccoli.
Invece non esiste un’età ideale per imparare. Il momento giusto è quello in cui ci scatta dentro la voglia di farlo. Non importa se a trenta, quaranta cinquant’anni o più. Non è mai troppo tardi. Lo diceva cinquant’anni fa il maestro Manzi, conduttore di una trasmissione televisiva per la formazione degli adulti. Uno slogan vecchiotto, d’accordo. Ma che oggi è confermato dalle affermazioni dei neurologi: il modo migliore per mantenere il cervello giovane è nutrirlo con idee e stimoli nuovi. Esercitarlo.
Lo ha ribadito anche in una recente intervista il premio Nobel Rita Levi Montalcini, 99 anni compiuti. Che sollievo.
Adesso posso tornare in facoltà, continuare a studiare serena, dare esami. Ci vorrà più tempo. L’unico svantaggio dello studente fuori target è nella quantità inferiore di ore a disposizione. Correrò qualche rischio. Per esempio quello di non adagiarmi nell’automatismo di pensieri e ruoli. Di rompere qualche schema mentale. Ma posso testimoniarlo. Studiare da grande è davvero più facile. Piacevole. Gratificante. Un regalo inaspettato.

di Antonella Appiano per IlSole24ore – jobtalk.blog.ilsole24ore.com

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