Le opposizioni in Siria. Cosa sta accadendo.

Le “correnti” dell’Opposizione in Siria. La Conferenza di Dialogo Nazionale e la Conferenza di Istambul. Per fare un po’ di chiarezza fra Opposizione e Conferenze.

Damasco piazza Al-Merjeh

Le “correnti” dell’Opposizione organizzata sono tre. Due in Patria e una all’estero.
In patria c’è quella dei dissidenti siriani, composta da circa 200 intellettuali indipendenti, che da marzo, si sono dichiarati disposti a tenere aperto il dialogo con la leadershep di Damasco. Circa 200 personalità e intellettuali fra cui il cristiano Michel Kilo, l’alauita Lu’ay Husayn e l’alauita Aref Dalilah. Gli ultimi due, nell’aprile scorso, avevano incontrato Butayna Sha’ban, la Consigliera Presidenziale, in merito alla “Conferenza di Dialogo Nazionale” promossa dal governo, una novità da parte della leadership al potere, che, prima di oggi, non ha mai riconosciuto alcuna forma di dissenso. Durante la conferenza, che si è tenuta regolarmente a Damasco, dal 10 al 13 luglio, il governo ha ribadito l’impegno a intraprendere riforme politiche. Sono stati invitati esponenti dell’opposizione e della società civile, intellettuali, artisiti e religiosi. Ma Michel Kilo, Fayez Sara, Lu’ay Husayn e Aref Dalilah non hanno partecipato dichiarando che “le condizione necessarie per un vero dialogo sono la fine della repressione violenta e la liberazione di tutti i prigionieri politici”.
Il gruppo di Aref Dalilah” ha proposto al governo una soluzione politica in otto punti. La prima richiesta è appunto la fine delle violenze. E anche una conferenza nazionale in cui siano invitati rappresentati di tutti i gruppi, anche chi organizza le proteste della strada. Questa corrente vuole convincere le autorità di Damasco ad accettare i punti del documento programmatico. E, nello stesso tempo, convincere chi manifesta che, se la leadership accetterà, si aprirà una fase nuova. Il gruppo sottolinea anche il pericolo di un cambiamento parziale, di un “regime change” come è avvenuto in Egitto, dove tuttora non si sono ancora svolte libere elezioni..

La seconda corrente in patria è quella dei“Comitati siriani di Coordinamento locale“, Lccs, una specie di piattaforma che, da maggio, ha riunito gli organizzatori delle manifestazioni anti-regime nel Paese. Anche questo“gruppo” ha proposto un programma politico. In sintesi, chiede, attraverso una transizione pacifica, la fine del mandato presidenziale di Bashar Al- Assad e un cambiamento totale del sistema politico. Secondo un organizzatore della capitale è necessario che le autorità “accettino la richiesta altrimenti il Paese rischia lo scoppio di una guerra civile”. Chi dovrebbe guidare la transizione?

Nel manifesto dei Comitati di coordinamento locale si legge che il compito spetterebbe “ a un comitato composto da rappresentanti civili e militari”, per un per periodo non più lungo di 6 mesi.

Infine c’è l’opposizione all’estero. Molti dei loro esponenti hanno partecipato alla conferenza di Antalya, in Turchia, che si è tenuta dal 31 maggio al 2 giugno. Fra i promotori, i firmatari dell’”Iniziativa nazionale per il cambiamento”. Un gruppo di cira 150 dissidenti siriani- creato da Radwan Zyaada, un 35enne, che vive negli Stati Uniti da 4 anni, ricercatore alla George Washington University- che esclude ogni possibile trattativa con Bashar-al Assad e ne chiede le dimissioni.
Gli oppositori siriani all’estero, circa 300, si sono riuniti di nuovo, sabato 16 luglio in una ”Conferenza di Salvezza Nazionale” ad Istambul , per redigere una road map e creare una “Struttura di coordinamento permanente dell’opposizione”.La conferenza è stata promossa da personalità indipendenti e partiti politici, fra cui, l’avvocato e dissidente storico Haithem Al Maleh. La Turchia – che ospita anche esponenti dei Fratelli Musulmani in esilio- è stata quindi di nuovo sede di un incontro dell’opposizione siriana.

Il cambiamento dell’ atteggiamento del Presidente Erdogan e del suo partito Akp (un partito islamico moderato considerato un modello per una larga fascia dei sunniti siriani e per gli Stati Uniti) nei confronti di Bashar-al-Assad, dopo gli ottimi rapporti degli ultimi anni, secondo alcuni osservatori, è il segnale di una politica espansiva neo-ottomanana del governo di Ankara nell’area del Medio Oriente.

Comments (4):

  1. daisy

    19 Lug at 20:19

    la tv siriana in lingua inglese e francese continua a parlare di gruppi di terroristi che assalgono la popolazione locale e uccidono i militari e non fa che presentare cortei enormi di gente che appoggia il presidente.
    la tv italiana non ne accenna nemmeno e appoggia kla tesi dei rappresentanti dei diritti civili che continuano ada ffermare che il regime sta reprimendo la popolazione.

    E’mai possibile che non si riesca a capire nulla?

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    • maurizio zanello

      21 Ago at 17:11

      facci capire qualcosa antonella,ci sono o non ci sono questi gruppi terroristici mandati da chissachi oppure nò.io ho un vago presentimento que esistano e mi sembra di assistere a una guerra civile stile libia.l’unica differenza è che non è ancora intervenuta la nato.questi ribelli puzzano lontano un miglio

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  2. Antonella Appiano

    22 Ago at 18:32

    @Maurizio e anche @ Daysy (in ritardo ma in quei giorni ero in Siria). L’ho raccontato nel reportage scritto per l’Espresso, “Dalla Siria con furore”, basandomi sulle testimonianze di gruppi di oppositori reali. Quelli, per intenderci, che “scendono per strada”. E sulle testimonianze e le mie dirette esperienze, durante il lungo periodo trascorso in Siria, dall’inizio delle rivolte, a fine luglio. All’inizio dei disordini, nel Paese, erano in tanti a sostenere la tesi governativa dei “gruppi terroristici armati”.Quali? Si parlò di gruppi foraggiati dall’Arabia Saudita, dagli Usa. Di gruppi mafiosi, islamisti, salafiti. C’era una gran confusione di tesi e testimonianze. Anche io, onestamente, non mi sentivo di escludere l’potesi che pur essendoci gruppi portatori di istanze democratiche, qualcuno “soffiasse sul fuoco”. Anche perché le manifestazione si erano svolte in maniera “anomala” e la campagna dei mass media occidentali e di Al Jazeera, era stata piuttosto scorretta. Ma dopo 5 mesi, penso che un esercito come quello siriano, più l’apparato di sicurezza, più gli aiuti iraniani, li avrebbero ormai sconfitti “questi gruppi terroristici”. E le proteste si sono estese…Detto questo, è vero che: 1) ci sono gruppi di manifestanti disarmati e 2)e gruppi che si sono armati. Vero anche che, fra gli oppositori, esistono anche piccole fazioni di salafiti armati. Ma non rappresentano la massa dei dimostranti. Un’altra considerazione. I primi manifestanti chiedevano solo riforme, non la caduta del regime. Il presidente Bashar era un leader popolare. Ma dopo l’intervento dell’esercito a Dar’aa, Homs, Hama, Lattakia, le cose sono cambiate. La Siria non è un Paese tribale come la Libia, ma un Paese- mosaico di etnie e religioni. Quindi la situazione attuale è pericolosa , incerta anche per la mancanza di una Opposizione unita e credibile e per la grave crisi economica del Paese causata dalla mancanza di turismo e dalle sanzioni imposte dagli Usa e dall’Europa. Antonella Appiano

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