Nordafrica, è solo il primo tempo.

Libia, Siria, Tunisia, Egitto: dopo la rivolta dei popoli il finale resta da scrivere.

All’inizio sembrava un film epico. Il coraggio del popolo senza armi, forte della voglia di essere libero. Di abbattere regimi corrotti, incapaci di assicurare futuro e speranze. Di garantire eguaglianza economica, giustizia.

Un fermo immagine: Mohamed Bouazizi si dà fuoco, il 17 dicembre 2010, davanti al municipio di Sidi Bouzid, in Tunisia. Ha ventisette anni e non riesce più a sopportare una vita di soprusi e umiliazioni. Dopo il suo gesto, pubblico e estremo, prendono il via le prime proteste contro presidente Ben Ali, al potere dal 1987. Un’altra immagine, Egitto 25 gennaio.E’ il ’Giorno della rabbia’, dell’ invasione pacifica di piazza Tahrir, al Cairo. Il montaggio diventa veloce. Ragazzi, bambini, famiglie. Donne che abbracciano e baciano soldati che rifiutano di difendere Mubarak, il presidente in carica dal 1981.

Il 14 gennaio, meno di un mese dall’inizio della rivolta, Ben Alì, lascia il Paese e si rifugia in Arabia Saudita. In Egitto, dopo 13 giorni dal Giorno della rabbia Hosni Mubarak abbandona la capitale per Sharm el-Sheikh. Tunisia ed Egitto, in pochi giorni, hanno cambiato la propria storia. E in tutto il Nord Africa ed il Medio Oriente, come increspature che si trasformano in onde, dilagano le proteste e le rivolte.

L’Occidente resta a guardare. Meravigliato. Nessun analista lo aveva previsto. C’è chi partecipa entusiasta. Libertà, stato di diritto, democrazia. Perché dovremmo negare ad altri ciò che abbiamo sempre propagandato?
Ma c’è anche chi si preoccupa. In fondo abbiamo sempre parteggiato per questi regimi che chiamavamo ’moderati’. Una difesa contro ’la minaccia del terrorismo’.

Le immagini cambiano con la Libia dove le proteste arrivano il 16 febbraio. Gheddafi però non è un leader al tramonto come Ben Alì. Tripoli, la Capitale, non è contro di lui. E come paragonare gli eventi di un Paese antico come l’Egitto con quelli di Paese ancora diviso in tribù, come la Libia? E’ subito Guerra civile. Ora le immagini sono confuse. Un MinorityReportage. Un caos raccontato in modi differenti. Informazione, controinformazione sulle fosse comuni, sul numero dei morti. Il film diventa un western, in cui si dividono i buoni e i cattivi. E si addebitano le atrocità, di volta in volta, ai lealisti del regime, oppure ai rivoltosi.

Confusione anche in Siria dove le testimonianze reali e il mondo di Internet si sovrappongono. Un film nel film. E Amina, la blogger sequestrata, l’eroina della resistenza si scopre essere invece, Tom, un 40enne americano. In Siria, però, dopo sei mesi dall’inizio delle rivolte, il film sembra a un punto morto anche, se per paradosso, la trama cambia ogni momento. Lasciando il finale aperto.

Non così in Libia. Il film è trascinante. L’Occidente si rianima .Non si decide in tempo per una No Fly Zone e Gheddafi sta per riconquistare Misurata. E’ Odissey Dawn. Chi sono i cattivi ora? I bombardamenti NATO colpiscono obiettivi militari libici. Ma anche civili. Gli insorticonquistano l’aeroporto di Misurata, i raid aerei su Tripoli si fanno intensi, Gheddafi non si arrende. Però la fine è vicina. Il 21 agosto, i ribelli entrano a Tripoli dopo 6 mesi di combattimenti e 42 anni di regime.

Fermiamoci un momento per fare un punto sulle immagini che stanno scorrendo sullo schermo. Anche se ognuno di noi guarda un film con occhi differenti. Quelli didell’opinionista Toni Karon, vedono, come racconta al ’Times’, una controrivoluzione.
I veri protagonisti, quelli che sono scesi nelle piazze, saranno sostituiti da nuovi attori.Entreranno in scena nazioni straniere, violenze settarie, etniche, tribali. O strutture di potere che già esistevano. In Egitto le voci più laiche e progressiste del ’Movimento del 6 aprile’ e del ’Kifaya’ si sentono tradite. Di fatto le redini politiche sono passate ai militari della giunta, al governo dalle dimissioni di Mubarak.

Le elezioni promesse e rinviate, sono state fissate per novembre, ed escludono la presenza di Osservatori internazionali. Ma secondo Kawkab Tawfiq, italo egiziana, copta, “saranno ritardate a maggio. Si doveva andare al voto subito. Questo stallo acuisce la tensione. Nel Paese è aumentata la delinquenza comune. La legge elettorale non è stata ancora riscritta e non è stato abrogato dalla costituzione l’articolo che vietava la formazione dei Partiti religiosi”. Tutto come prima?. “In realtà i Fratelli musulmani si presenteranno alle elezioni insieme a rappresentanti copti, in un partito nuovo, ’Libertà e giustizia’ che non esclude le donne dalla Presidenza”. Un partito innovatore dunque? “Non mi sembra, risponde, “perché l’obiettivo è di ripristinare la shari’a”. Kawkab è sicura. I partiti islamici, dopo anni di repressione vogliono ritornare alla ribalta.

In Tunisia si voterà il 23 ottobre. Sono state presentate 1700 liste, di cui circa il 40% di ’indipendenti’. Gli analisti sono divisi. Dinamismo nella partecipazione politica dei cittadini? O la conferma che la realtà sociale del Paese non è cambiata? Saranno premiati i soliti noti, senza badare alla sfera ideologica? Intanto anche in Tunisia l’esercito controlla il paese erumors insistenti denunciano interessi economici del Primo ministro Caied Sebbsi nella vendita degli alcolici. Un settore che, prima della ’Rivoluzione del Gelsomino’ era gestito dalla famiglia della moglie del Presidente Ben Alì. Cambiamenti di facciata dunque? Regimechange?

In Libia, secondo le dichiarazioni rilasciate alla Bbc da Guma al-Gamaty, rappresentante delCNT (consiglio di transizione libico) a Londra, il Cnt sta per trasferirsi a Tripoli e ha in programma un processo di transizione preciso. Il paese sarà guidato per 8 mesi dal Cnt, seguiranno la stesura di una nuova Costituzione e, dopo 20 mesi, le elezioni.

Ma sulla Libia pesa ancora un interrogativo. Gheddafi dal nascondiglio segreto continua a lanciare messaggi di incoraggiamento ai suoi sostenitori. La guerra tribale è veramente finita? E, senza alimentare allarmismi, bisogna ricordare che, responsabile della sicurezza di Tripoli, è stato nominato Abdel Hakim Belhaj. Fondatore del Gruppo combattenteislamico​, Abdel era stato arrestato come terrorista dalla Cia in Malaysia nel 2004, rinviato in Libia e rimesso in libertà nel 2010. Un garante particolare.

Infine sulla scena, all’ultimo come i grandi attori, compare ancora un personaggio, il Premier turco Erdogan che tre giorni fa ha iniziato una tournée nei tre principali Paesi delle Primavere arabe, acclamato come una star. E lui, per ora, l’unico leader di uno stato democratico musulmano e laico e come tale si è proposto. Come modello e punto di riferimento.
Il film non è finito.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/Nordafrica-e-solo-il-primo-tempo (riproducibile citando la fonte)

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