Chi ha paura di En-Nahdah ?

Il partito islamico vince le prime elezioni dell’assemblea costituente tunisina.

Tunisini al voto

Nahdah, significa “rinascita“, “rinascimento” e definisce un periodo di effervescenza della cultura e delle intellettualità arabo islamiche mentre l’impero ottomano languiva e poi moriva e le potenze europee si contendevano l’egemonia nel Medio Oriente. Il partito che porta questo nome, e che ha vinto le prime elezioni per l’Assembla Costituente in Tunisia(gli ultimi dati si attestano sul 40% anche se al momento lo scrutinio non è stato ancora ultimato e non si sa quindi se En-Nahdah otterrà la maggioranza dei seggi), è un partito islamico. Il risultato era scontato.

I sondaggi lo davano da tempo favorito ma l’ampiezza del consenso è comunque un segnale importante. Dopo l’entusiasmo suscitato dalla ’Primavera del gelsomino’ che ha portato alla caduta di Zine el Abidine Ben Ali, la società tunisina era apparsa subito divisa.

Confusa dalla nascita dal numero elevato (118) di partiti. ’Intimorita di fronte all’ignoto’, sottolinea Olivier Durand, arabista e profondo conoscitore del Paese. “Secondo le stime ufficiali in Tunisia il 50% della popolazione è analfabeta. Proprio questo settore della società in tempi d’incertezza preferisce rivolgersi a ciò che conosce, l’Islam. A un ritorno dell’etica, della giustizia, della moralità. Valori che vede rappresentati in un partito islamico. E En-Nahdah, come altri partiti islamici, è stato vicino alla gente debole, povera, con attività sociali, associazioni di beneficenza. In maniera concreta. Ha distribuito denaro ai poveri, ha dato alle famiglie soldi per l’educazione dei propri figli”. A quelle famiglie che ora lo hanno votato.

En-Nahdah ha giocato bene le sue carte. Prima di tutto ha fatto campagna elettorale nelle campagne e nei quartieri popolari. Nei comizi non ha parlato di religione ma di povertà, della mancanza di giustizia sociale, delle diseguaglianze economiche, della necessità di scuole. Ha tranquillizzato chi temeva un cambiamento della condizione delle donne che, in Tunisia sono tutelate da 55 anni dal codice di famiglia più avanzato del mondo arabo. Vieta la poligamia e prevede un accordo fra i due futuri sposi prima del matrimonio.

A riprova del suo atteggiamento verso il mondo femminile, e per rassicurare che non si tornerà indietro al momento di riscrivere la nuova Costituzione, il Partito ha inserito nelle liste elettorali lo stesso numero di candidati e di candidate. Fra tante, Imen Sakouki, 27 anni che ha condotto la sua campagna rivolgendosi proprio alle donne.
Un altro punto di forza, il richiamo al passato di En-Nahdah, vittima della repressione del regime di Ben Ali che non permetteva la formazioni di partiti basati sulla religione. Tutto questo per la paura di ’fondamentalismi’ e naturalmente con l’aiuto e il favore dell’Occidente. Lo stesso Segretario generale del partito, Hamadi Jebali ha passato più di 16 anni in prigione. E il leader Rachid Ghannuchi, è ritornato in patria, da Londra solo dopo la fuga di Ben Alì. Un personaggio interessante, Rachid, Ghannouchi. Ha studiato al Cairo, Damasco e Parigi e nel 1989, ha fondato in Tunisia, l’MTI, il Movimento della Tendenza Islamica che poi diventerà En-Nahdha.

Grande sconfitto, invece, il Partito Democratico Progressista. Molti analisti sostengono che il loro errore è stato quello di centrare la campagna insistendo sul laicismo. Anzi sulla contrapposizione fra laicità e islamismo. Amal, tunisina, residente in Italia da cinque anni commenta.”I tunisini sono legati alla loro identità musulmana“.

Ora gli occhi del mondo sono puntati su En-Nahdah, che ha la responsabilità di mantenere le promesse. Naturalmente è importante il numero della componente islamica nei lavori ( i rappresentanti saranno 137) della futura Assemblea Costituente. Ma è anche importante non perdere di vista l’obiettivo principale. Dare alla Tunisia una nuova Costituzione e un nuovo Governo. Ghannuchi ha dichiarato in una recente conferenza a Istanbul che “la Tunisia sarà una società democratica, un modello per il mondo arabo”. Lo hanno affermato già il reAbdullah di Giordania e recentemente il Cnt libico. All’Occidente non resta che aspettare. Senza interferire, si spera.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Chi ha paura di En Nahdah (riproducibile citando la fonte)

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