Continua la Crisi politica in Tunisia

Generalizzata sfiducia nelle istituzioni, errori su Economia e Sicurezza

«I particolari li capiva anche uno scolaretto, ma nell’insieme nessuno sapeva bene che cosa stesse avvenendo, tranne poche persone e nemmeno quelle erano sicure di saperlo» scrive Robert Musil.  E così ci appaiono ora i Paesi del Medio e Vicino Oriente protagonisti delle rivolte iniziate nel 2011. La Siria rappresenta senza dubbio il caso più complesso ma anche l’Egitto e la Tunisia navigano ancora in acque agitate. Come diceva Musil, il problema è vedere l’insieme. Non è possibile analizzare solo un elemento per volta, decontestualizzando. Occuparsi di un Paese solo in un momento particolare di crisi. Così,  se già quasi non si parla più dell’Egitto – ignorando la grave emergenza economica, il prolungamento dello Stato di emergenza, del coprifuoco, della manifestazioni e della repressione dei Militari nei confronti di qualsiasi forma di opposizione (non solo quella dei Fratelli Musulmani) – la Tunisia è tornata sui media solo dopo l’omicidio dell’esponente dell’opposizione Shukri Belaid, a febbraio e dopo un secondo omicidio, quello di Mohamad Brahmi, avvenuto a luglio. Forse qualcuno ricorda ancora che l’ambulante Mohammad  Bouazizi si diede fuoco nel dicembre del 2010, innescando così  il processo di proteste nel nord Africa. E poi? Niente di nuovo sul fronte tunisino? Per orientarci meglio abbiamo fatto qualche domanda a  Pietro Longo, Ricercatore in Diritto Musulmano e dei Paesi Islamici, Università di Napoli l’Orientale e Ricercatore presso l’IsAG.

Secondo molti analisti la crisi politica che continua da mesi in Tunisia sta indebolendo la posizione del partito  islamista di al- Nahda.  E’ ancora possibile un recupero del consenso?

Non è la prima crisi politica nel Paese ma di certo è la più dura. Ed è altrettanto vero che la posizione di al-Nahda è in netta caduta. Un recente sondaggio dimostra che il partito islamico ha perso circa il 25% dei consensi e solo un tunisino su quattro sarebbe disposto a votarlo di nuovo. Tuttavia il malcontento non riguarda solo al-Nahda, ma in Tunisia si respira una generalizzata sfiducia nelle istituzioni. Tutti i partiti, anche quelli che formano la Troika cioè  la coalizione di Governo che comprende gli islamisti di al- Nahda, Ettakatol e il Congresso per la Repubblica,  sono ritenuti inconcludenti. Il dato che emerge dai sondaggi parla chiaro: i tunisini sono stanchi di una processo di transizione che si è protratto oltremodo nel tempo. Può apparire scontato ma il processo di transizione deve essere breve e quanto più inclusivo. Operazione non facile ma è il principio che deve guidare l’azione dei padri e delle madri costituenti. Un altro dato interessante è la perdita di appeal di molti leaders, tra i quali anche al-Ghannouchi. Rimane popolare invece Hamadi Jebali, il primo capo del governo dimessosi dopo l’omicidio di Shukri Belaid. Cosa si deduce da ciò? Jebali si è dimesso dopo aver avanzato l’ipotesi di formare un governo di tecnici per risolvere la prima crisi, successiva all’uccisione di Belaid. Questo fatto lo  ha trasformato da “uomo del partito” in “uomo delle istituzioni”, maturazione politica che al-Nahda non è ancora disposta a fare. Il partito islamico pertanto, a mio avviso, potrà  recuperare consensi se si mostrerà disposto a questo passo: rischiare il tutto per tutto a livello politico, sciogliere il governo in favore di un esecutivo tecnico e provare a ripresentarsi alle elezioni.

Il malcontento per l’operato del Governo e l’omicidio di Belaid e Brahmi in luglio, hanno generato molte proteste e manifestazioni massicce. E’ ipotizzabile un colpo di Stato come quello avvenuto in Egitto?

Allo stadio attuale non direi. Non vedo in Tunisia un contropotere forte come quello dei militari egiziani. Si sa che in Egitto l’esercito detiene una leva economica non indifferente. Così non è in Tunisia per  radici storiche: in Tunisia, infatti il regime di Ben ‘Ali si è retto per decenni sulla polizia e sui servizi segreti, i due veri poteri forti dell’ex dittatore. L’esercito ha sempre giocato un ruolo marginale. Non è casuale che, all’indomani della rivoluzione dei gelsomini, l’esercito si sia schierato a favore della piazza, contro Ben ‘Ali ma in un modo molto diverso dai fatti egiziani. E’ più probabile che in Tunisia continui una forte ondata di malcontento da parte dell’opposizione laica e di sinistra, capitanata da Nidaa Tunis, sebbene al-Nahda stia cercando un compromesso con il nemico giurato di ieri. Ipocrisia, trasformismo o pragmatismo?

Quali sono stati gli errori della Troika, la Coalizione al  Governo?

La Troika ha commesso molti errori tattici. Le elezioni dell’Assemblea Costituente ha consegnato un numero di maggioranza relativa ad al-Nahda che ha formato la coalizione con Ettakatol e al-Nahda, lasciando ai margini quei partiti che apparivano piccoli e/o disorganizzati. Essebsi, che ha colto la palla al balzo per formare Nidaa Tunis, ha dimostrato di avere una grande popolarità, specie in quello che i politologi chiamano il deep State, cioè lo Stato sommerso. La Troika ha evitato di cercare un consenso nazionale cioè ha preferito non coinvolgere tutti i partiti ma così facendo ha creato la dialettica maggioranza/opposizione che è tipica dei Parlamenti non delle Assemblee Costituenti. Il problema di fondo sta proprio qui: l’Assemblea Costituente funziona come un Parlamento ed il governo, sebbene interinale, ne è la diretta emanazione con al-Nahda che ha detenuto tutti i dicasteri chiave, specie l’economia. Una condivisione avrebbe permesso alla Troika di appropriarsi dei dividendi e, al tempo stesso, di dividere equamente i fallimenti eventuali. Un modo per deresponsabilizzarsi è avere molti partner ai quali poter addossare la colpa. Secondo me è stata sottostimata la pratica di “Constitution making”, forse a causa dell’inesperienza diffusa nel mondo arabo circa le politiche costituzionali. Questo è il principale errore sul piano tattico.

E da un punto di vista più specifico?

Gli errori principali riguardano due versanti: economia e sicurezza. Sull’economia si può ancora  “fideisticamente” sperare: la stagione turistica è andata sufficientemente bene e, si sa, il volano dell’economia ci impiega molto a girare in modo corretto. Forse il risanamento più celere della compagine economica sarebbe avvenuto affidando il dicastero a una equipe di tecnici. Si tratta soprattutto di politiche macroeconomiche: impostare strategie di ripresa, basate sulla creazione delle condizioni di attrazione di fondi esteri. La Tunisia ha prosperato nei decenni passati grazie a ciò, ovvero agli introiti derivanti dal turismo e dagli Investimenti Diretti Esteri (IDE) che questo settore riusciva ad attrarre.
Di certo il miglioramento dell’economia avrebbe inciso anche sulla pressione del malcontento popolare e quindi anche sulla sicurezza. Le bande di criminali prosperano nei sistemi economici in default e ciò ingrossa anche le fila del terrorismo. Al-Nahda, per il tramite di al-Ghannouchi, è stata incauta nel voler giocare “al gatto e al topo” cioè ha teso una mano ai partiti e movimenti islamici quando sperava di poterli usare in funzione anti Nidaa Tunis. Ora che ben due esponenti di prestigio delle forze di sinistra sono stati brutalmente assassinati, ecco che Ansar al-Sharia è iscritto nella lista delle organizzazioni terroristiche e, contemporaneamente, al-Nahda si volge a Nidaa Tunis.
Ancora una volta: una strategia di consensualismo avrebbe forse risparmiato tutto ciò.

 In Tunisia non ci sono “poteri forti” come l’esercito egiziano ma la volontà popolare che esprime il dissenso è favorita da qualche altra organizzazione?

In un certo qual modo, un ruolo di “spina nel fianco” lo ricopre il sindacato UGTT, storico sindacato di sinistra dei lavoratori tunisini . Il Sindacato però sta agendo da ago della bilancia tra la Troika e Nidaa Tunis e sta favorendo il dialogo, suggerendo strategie per uscire dalla crisi. Una di esse è la sostituzione di Marzuqi alla testa dello Stato con Essebsi che diverrebbe così il Presidente interinale. Essebsi e Ghannouchi si sono pure incontrati a Parigi qualche settimana fa per discutere di questa eventualità. Resta da capire come faranno le dirigenze dei rispettivi partiti a convincere le rispettive basi elettorali della genuinità di questa negoziazione, senza dare l’apparenza di voler restare aggrappate alle poltrone del potere a tutti i costi. Questo danneggia una legittimità che al-Nahda ha già quasi perduto.

Sono passati quasi due anni da quando, il leader di al-Nahda, al- Ghannuchi  dichiarava che “la Tunisia sarebbe stata una società democratica, un modello per il mondo arabo”.  Ma la partita non è chiusa.

 

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Continua la crisi politica in Tunisia (riproducibile citando la fonte)


 

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