Crisi siriana

soldato opposizione siriana

Embargo sì, embargo no

Il sostegno ai ribelli da parte dell’UE

soldato opposizione siriana

 

Timori di un’estensione del conflitto siriano su scala regionale. E la tragedia di un popolo

Sei stata in Siria? Davvero? Adesso durante la guerra?” Ahmad è stupito e vuole conferma. “È guerra vero?”. Ahmed è un commerciante, un nostalgico dell’”era Mubarak” e quando ci incontriamo mi racconta soddisfatto delle manifestazioni di oggi a Nasr City, lungo la High Way Street. È convinto che gli egiziani abbiamo bisogno di un “uomo forte” al governo. Ed è contrario all’attuale presidente Morsi. Fa capire che parteggia per il presidente Bashar  al-Assad anche se non osa dirmelo apertamente. Però chiede: “E perché l’Europa vuole mandare armi in Siria per gli oppositori?”.

In realtà oggi dopo il vertice dell’Unione Europea a Bruxelles, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha dichiarato che la “la situazione in Siria è difficile e l’ipotesi di togliere l’embargo sulle armi deve essere discussa dai ministri degli Esteri della Unione Europea a Dublino, settimana prossima”. Angela Merkel ha aggiunto “Noi abbiamo delle riserve”. E così sembra per altri 27 Paesi UE . Il Presidente francese Hollande ha invece ribadito la sua disponibilità a fornire armi agli oppositori siriani. “Con o senza gli alleati europei” ha aggiunto. Anche la Gran Bretagna è favorevole a togliere l’embargo sulle armi in Siria per aiutare l’opposizione al regime degli Assad.

I timori espressi dalla Germania e altri Paesi dell’Unione europea riguardano la possibilità che nuove armi vadano ad aggravare ancora di più la situazione sul terreno, finendo nelle mani dei numerosi gruppi estremisti presenti in Siria. Dal “Fronte al Nusra” (gruppo jihadista, inserito dagli Usa tra quelli terroristi) al gruppo dei “Volontari libici” (sotto l’egida del Consiglio Nazionale libico) o a quello degli “Uomini liberi della Grande Siria” (brigate salafite).
Se la guerra si “regionalizza” si svilupperanno facilmente effetti a catena diretti o indiretti. I Paesi esposti al contagio sono tanti: Libano, Giordania, Cisgiordania, Iraq, Turchia. Per non parlare della minaccia più grave. Da tempo infatti si sa che il conflitto siriano potrebbe innescare un confronto fra Iran e Israele.

La diplomazia europea continua la fase di stallo. Conflitto interno, interventi esterni. Da una parte, la possibilità concreta che – anche dopo la caduta del regime – la guerra civile continui e inneschi altre guerre. Dall’altra, la tragedia di un popolo che si consuma, giorno dopo giorno, da due anni. Senza un barlume di luce.

di Antonella Appiano, in esclusiva per L’Indro: Embargo si, Embargo no, riproducibile citando la fonte.

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A Damasco

Damasco Marzo 2011
Sono a Damasco da due giorni. Ho trovato la città più bella che mai. Sono stupita ogni volta dal suo fascino. La sento la mia città di elezione. Il mio sogno? Vivere qui, lavorare qui, comprare una piccola casa araba nella città vecchia.  Gli amici damasceni mi prendono in giro e citano un vecchio proverbio siriano che recita: “Se vivi sette anni a Damasco, la città vivrà in te“.

Clandestina a DamascoSul taxi per andare al centro commerciale di Sham City Center, incrocio autobus strapieni di siriani: donne con l’abaya, ragazze con l’hijab e altre con i capelli al vento, uomini con la tunica bianca e altri vestiti all’occidentale. Kefiaat e cappellini da baseball con scritte fosforescenti…(…) Incomincio a lavorare. Voglio fare ricerche sul delitto d’onore, sul problema dei matrimoni a tempo, sulla tratta delle irachene. Ho scritto mail a tutti i miei contatti, non mi resta che aspetttare. Dimenticare la fretta occidentale e adeguarmi al ritmo lento di Damasco. Qui il tempo ha una valenza diversa.
( da Clandestina a Damasco- Un Paese sull’orlo della guerra civile, Castelvecchi RX, in libreria e su : Amazon, IBS, La Feltrinelli, Castelvecchi)

 …...questo accadeva due anni fa. Ero riuscita ad organizzare un giro per il Paese con le volontarie dell’Osservatorio sulle Donne Siriane ma dopo il 15 di marzo gli eventi prendono una piega diversa…Rimarrò in Siria, “sotto copertura” per 4 mesi.  E riuscirò a tornarci con un visto regolare solo nel maggio del 2012 e ancora a luglio e agosto. Questi i miei primi articoli scritti per il quotidiano on line Lettera 43.

Ombre nere sulla città L’atmosfera è cambiata – 29 Marzo 2011 -Lettera43
Siria, le bugie dell’Occidente – 03 Aprile 2011 – Lettera43
Infiltrati negli scontri – 16 Aprile 2011 – Lettera43
L’eco delle morti di Daraa – 09 Aprile 2011 – Lettera43
«A Bashar non c’è alternativa» – 31 Marzo 2011 – Lettera43
Il venerdì fa paura ai siriani – 07 Aprile 2011 – Lettera43

Oggi dopo due anni, possiamo dire che la Siria come stato unitario non esiste più. Settantamila (secondo le fonti Onu), centinaia di migliaia di profughi e una guerra civile che continuerà anche se cadesse il Presidente Bashar-al Assad. Una parte del Paese è ancora sotto il controllo del regime, l’altra dall’oppsizione armata, divisa in varie sigle. Dall’ESL (esercito siriano libero) al Fronte al Nusra, il gruppo miitante jihadista che si è formato nel gennaio del 2012, a quello dei Volontari libici e altri ancora. La guerra è una guerra a due piani, come scrissi ad agosto 2012, da Aleppo. Una fra il regime e gli oppositori siriani e una “internazionale” perché ormai in Siria sono coinvolte da tempo potenze mondiali e regionali: Russia, Usa, Francia, Gran Bretagna, Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Iran.

Una partita sullo scacchiere del Medio Oriente che potrebbe svilupparsi con risvolti gravi per tutta l’area. E non solo. Giocata purtroppo sulla pelle dei siriani.

Antonella Appiano


Due anni fa in partenza per Damasco

Caffé in old Town Damasco, Marzo 2011

Due anni fa, in questi giorni, mi preparavo a partire per Damasco. Questa è una delle prime fotografie che ho scattato in un caffé della Città vecchia. Locali affollati, luci, allegria. I primi disordini inizieranno a metà mese. E Daraa, cittadina della Siria meridionale al confine con la Giordania, capoluogo della regione agricola e tribale dell’Hawran, il 18 di marzo è teatro di una grande manifestazione. Sono rimasta quattro mesi nel Paese e ci sono rientrata altre tre volte nel corso del 2012. Ormai il Paese è in preda alla guerra civile e la situazione degenera ogni giorno di più. Nessuna soluzione all’orizzonte, una sola cerrtezza. Qualsiasi piega prendano gli eventi, la Siria cambierà anche se non sappiamo ancora come. Ma ricorderò sempre che ho vissuto un cambiamento epocale, che ho sentito a pelle gli umori, le speranze, le paure, le ansie di chi, magari senza volerlo, si trova coinvolto nei cambiamenti della Storia.

Antonella Appiano

 

 

Siria, un rebus non risolvibile?

Incontro degli Amici della Siria a Roma fra accuse e minacce di boicottaggio ritirate. Il banco di prova per l’agenda mediorientale del nuovo Segretario di Stato americano John Kerry in una regione a rischio di “alta destabiizzazione”

Secondo lo scrittore libanese, Amin Maalouf , in Francia dal 1976,  e in uscita con  il romanzo “I disorientati”, nel mondo arabo potrebbe scoppiare ”una seconda rivoluzione che chieda una vera modernizzazione sociale. Un processo molto lungo e, in alcuni paesi molto violento. Come in Siria, dove – se la situazione continua a peggiorare – ci saranno ricadute pesanti sul Libano”. Gli effetti della destabilizzazione regionale veramente sono già visibili in Libano e  potrebbero estendersi anche ad altri stati confinanti, la Giordania, l’Iraq, la Turchia. Caso sempre più scottante quello della Siria. Mentre il Paese è in preda alla guerra civile e devastato da attentati a catena,l’opposizione, con a capo Moaz al Khatib, aveva dichiarato di voler boicottare la riunione  degli “Amici della Siria”, in programma  a Roma giovedì 28, incolpando l’Occidente e gli Usa di non fare nulla di concreto per far cadere il regime di Bashar al- Assad. Ma L’Opposizione ha cambiato idea dopo le richieste del nuovo Segretario di Stato americano John Kerry.

Un’opposizione che non sembra avere il controllo sul terreno, dove le operazioni militare sono sostenute soprattutto dai gruppi jihadisti e radicali. Il Fronte al- Nusra dei combattenti islamici  ha già rivendicato una cinquantina, dei sessanta attacchi suicidi con le autobombe, compiuti in Siria nell’ultimo anno. Il gruppo terroristico  presenta modalità e caratteristiche ideologiche simili a quelle di al Qaida in Iraq. Ed è la fazione  più addestrata, più abile e meglio armata fra i combattenti sul terreno. Lo stesso Presidente americano Barack Obama aveva frenato più volte il predecessore di Kerry, l’allora sottosegretario Hillary Clinton, favorevole a rifornire di armi i ribelli.Accuse. Contro-accuse. Il  New York Times, che cita fonti ufficiali americane ed europee, scrive che l’Arabia Saudita, da dicembre scorso, sta consegnando armi ai ribelli, attraverso la Giordania. Armi comprate in Croazia e destinate ai gruppi “laici”  per cercare di tenere sotto controllo i movimenti  jihadisti. Sempre secondo il New York Times, non è chiaro il ruolo svolto dagli Stati uniti in questa operazione. Ma una cosa è certa: com’è possibile controllare la destinazione finale delle armi in un Paese nel caos come la Siria?

Siria: un nodo irrisolto e complesso che ha già causato 70mila morti dall’inizio delle rivolte a fine marzo del 2011. Un rebus che sembra complicarsi ogni giorno che passa e che divide non solo gli Stati uniti ma anche la Comunità internazionale. L’Occidente  e gli States che si sono schierati a favore delle rivolte in Tunisia e in Egitto e hanno appoggiato i Fratelli Musulmani contro gli autocrati -prima alleati degli Stati Uniti-  dovrebbero  comportarsi nello stesso modo in Siria.  Ma “sul piatto” esiste la reale possibilità di una prevalenza dei gruppi più radicali e quindi, di conseguenza, la necessità di difendere Israele.  Gli Stati Uniti cominciano a temere forse che i cambiamenti nei paesi delle Primavere arabe, avranno effetti non controllabili?

Intanto il ministro degli Esteri siriano, Walid  al-Muallem, durante l’incontro in Russia con il ministro russo Sergei Lavrov, ha dichiarato di voler “aprire il dialogo  per porre fine al conflitto con tutte le forze di opposizione al regime di Bashar al-Assad, compresi i gruppi armati“.  Ma è un negoziato fra le parti è un’opzione ancora credibile?

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro: Siria, un rebus non risolvibile? (riproducibile citando la fonte)
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Siria: continuano gli attacchi

Esodo di civili e ancora atti terroristici.Le forze internazionali indecise sul da farsi, controproducente l’aiuto militare ai ribelli. In Italia, polemiche per le dichiarazioni di Terzi.

Ci stiamo abituando ormai” commenta tristemente Fatima che riesco a raggiungere a fatica al telefono. “La Siria sta diventando come l’Iraq. Non abito vicino alla zona in cui è avvenuta l’esplosione (nel quartiere di Mazraa, tra via della Rivoluzione e piazza Shahbandar) ma è stata molto violenta. Un’autobomba, credo. Due forse. Da casa di mia sorella si vede una colonna alta di fumo. Non so il numero dei morti. Dei feriti. So che mi sento distrutta come il mio Paese”.

La linea è disturbata, la voce di Fatima arriva a tratti, affaticata. Secondo la Tv di stato, il bilancio è di almeno una trentina di vittime e oltre 200 feriti. Secondo altre fonti il numero è più alto. È certo comunque, come commenta il New York Times , che gli attacchi jihadisti e gli attentati nella capitale si sono intensificati. I ribelli stanno conquistando terreno. E Damasco è stata colpita da una serie di deflagrazioni a catena, in diversi quartieri centrali e periferici, fra cui Baramkeh, Barzeh. Mentre due giorni fa (19 di febbraio) alcuni colpi di mortaio hanno colpito il muro di cinta di uno dei Palazzi presidenziali, il Qasr Tishrin (Palazzo di Ottobre), nel quartiere di Malki, a nord-ovest di Damasco. Non si tratta del Palazzo residenziale del presidente Bashar al -Assad (situato nell’area di Mezze) ma l’attacco è comunque significativo. Perché la zona è controllata e fortificata. La notizia trasmessa dalla tv al Arabiyya è stata confermata dall’agenzia ufficiale Sana.Un bollettino di guerra impressionante. Che si aggrava di giorno in giorno. Più di 400.000 Siriani (ufficialmente registrati) sono usciti dal Paese cercando asilo nei Paesi vicini, Turchia, Libano, Giordania. Fonti delle Nazioni Unite denunciano 2 milioni e mezzo di siriani in gravi difficoltà all’interno del Paese e più di un milione di “emigrati” interni, che hanno dovuto lasciare le case,e rifugiarsi in altre zone della Siria.

L’espressione ‘accordo politico‘ risuona da tempo come una beffa. Anche se la Coalizione nazionale siriana, riunita oggi (21 febbraio) al Cairo, dichiara di voler trattare con il regime per far cessare la guerra in Siria. I lavori proseguiranno anche domani. L’ultimo comunicato della Coalizione (con a capo lo Shaykh Moaz al-Khatib) che pur frammentata, rappresenta il principale movimento di Opposizione siriana, precisa però che “ Bashar al Assad dovrà dimettersi prima che inizi il dialogo”.

Polemiche intanto in Italia per le dichiarazioni rilasciate al Corriere della Sera dal Ministro degli Esteri Giulio Terzi, riguardo la necessità di fornire maggiori aiuti militari ai ribelli. La Farnesina infatti ha affermato che il titolo di oggi del Corriere della Sera “Più aiuti militari ai ribelli siriani. Italia in prima fila, lo dirò’ a Kerry” “distorce” il senso della comunicazione del Ministro. “Lo dirò a Kerry” perché proprio a Roma, giovedì prossimo, si terrà un vertice (l’ennesimo) sulla crisi siriana. Undici Paesi. Fra cui appunto gli Stati Uniti, rappresentati dal Segretario di Stato John Kerry.

Aumentare gli aiuti militari non sembra una buona idea. Il livello della violenza è già fin troppo alto. Vogliamo aggravare la guerra civile? Non sarebbe più opportuno che l’Italia s’impegnasse a favorire i negoziati di pace della Coalizione? L’impressione è che le varie forze in gioco agiscano per conto proprio, seguendo interessi diversi, senza un coordinamento. E senza pensare alla prima vittima di questa guerra: il popolo siriano.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro: Siria continuano gli attacchi nei luoghi istituzionali e non (riproducibile citando la fonte)

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Medio Oriente: un 2012 di conflitti

Cambiamenti, speranze, violenze, caos

La Siria e una guerra civile sempre più cruenta. Egitto, Tunisia e Libia: rivoluzioni tradite?

 

A picture taken on July 23, 2012 shows a portrait of Syrian President Bashar al-Assad burning during clashes between rebels and Syrian troops in the city center of Selehattin, near Aleppo. Syrian rebels "liberated" several districts of the northern city of Aleppo on Monday, a Free Syrian Army spokesman in the country's commercial hub said.  AFP PHOTO / BULENT KILIC

L’Indro – AFP PHOTO / BULENT KILIC

Il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussenafferma: ”Abbiamo la conferma di nuovi lanci di missili Scud in Siria, testimonianza di un regime disperato vicino al collasso”. Ma il vice presidente siriano Farouk al-Sharaa ha dichiarato qualche giorno fa al giornale libanese ‘Al Akhbar’, che “sul terreno non possono vincere né ribelli né il governo ed è necessaria una soluzione politica”. A una soluzione politica si è appellato anche il Presidente della Commissione d’inchiesta Onu sulla Siria, Paulo Sergio Pinheiro, presentandoi risultati del rapporto a Bruxelles: “Non esiste una soluzione militare al conflitto in Siria. La fine del conflitto non è vicina se le forze in campo continuerannoad affrontarsi con le armi”. Parole che risuonano a vuoto. E sembrano una beffa tragica perché in Siria si muore e “la violenza ha raggiunto picchi di crudeltà elevatissimi con crudeltà incredibili da entrambe le parti in lotta” come ha denunciato ancora Carla Del Ponte, ex procuratore generaledel Tribunale per la ex Jugoslavia (Tpi), oranella commissione d’inchiesta Onu per la Siria. La tanto invocata soluzione politica appare un miraggio. Dopo mesi di fallimenti, pochi giorni fa è saltato infatti anche il verticetra il premier turco Erdogan e il presidente iraniano Ahmadinejad come riferisce ‘Russia Today’. Turchia e Iran.Due attori protagonisti sulla scena siriana.

La Turchia appoggia la guerriglia mentre l’Iran continua a sostenere il presidente siriano Bashar Assade accusa addirittura la Nato di avere messo le basi per una terza guerra mondiale schierando i Patriot in Turchia.

Intanto Putin ha ribadito la contrarietà della Russia a qualsiasi cambiamento che preveda l’uso delle armi oa un ripetersi di uno scenario libico. I rumors sono tanti.I fatti accertati sul campo pochi.

Secondo una inchiesta del ‘New York Times’, i gruppi jihadisti (fra cui il Fronte al-Nusra dichiarato dagli Usa, il 20 novembre scorso, una organizzazione terroristica internazionale) sono ben equipaggiati e i più operativi nei combattimenti contro le forze lealiste. Tanto da aver messo in secondo piano l’Esercito siriano libero (composto dai disertori che per primi,si sono schierati con le armi, appoggiati dalla Turchia, contro il regime).

Continua la lettura su L’Indro http://www.lindro.it/politica/2012-12-21/63263-medio-oriente-un-2012-di-conflitti

In esclusiva per L’indro. Riproducibile citando la fonte.

Senza un attimo di tregua

La trama è diversa da quella del capolavoro di Boorman ’Senza un attimo di tregua’, ma altrettanto complessa e intricata. Se fosse il celebre film, la guerra civile siriana avrebbe lo stesso montaggio dal ritmo serrato, non lineare, in un alternarsi di violenza, alta tensione e brevi pause di speranza. L’ultima: la speranza di una tregua di quattro giorni per la Festa del Sacrificio, chiesta dall’inviato speciale dell’ Onu e della Lega Araba, Lakhdar Brahimi. E accettata, giovedì scorso, da entrambi gli schieramenti. Ma l’impegno non è stato rispettato, anche se non è chiaro chi abbia rotto la tregua per primo. Inutile aggiungere che le parti in causa si sono scambiate accuse reciproche.

La tensione si allenta fra Damasco e Ankara.

La Siria si scusa e annuncia l’apertura di un’inchiesta

La tensione si allenta fra Damasco e Ankara

Difficile ipotizzare una soluzione diplomatica. Il premier turco Erdogan vuole il supporto della Nato

Cosa succederà ora tra Turchia e la Siria? Damasco ha chiesto scusa ad Ankara e annunciato “l’apertura di una inchiesta”. Da due settimane al confine turco siriano sono in corso combattimenti fra l’esercito regolare e gli oppositori. Non è quindi chiaro chi abbia sparato il tiro di mortaio che ha colpito, l’altro ieri, il villaggio di Akcakale, causando vittime civili. La Turchia ha risposto bombardando la provincia settentrionale di Idlib ma nel pomeriggio ha smesso di attaccare con l’artiglieria le postazioni dell’esercito siriano. E anche se il Parlamento turco ha approvato la richiesta di Erdogan “di condurre operazioni militari fuori dal confine nazionale”, Ankara rassicura la comunità internazionale che non intende agire da sola contro la Siria. E su questo punto il Premier turco è sincero. Vuole il supporto della Nato. Per la seconda volta (la prima nel giugno scorso quando un caccia era stato abbattuto sul Mediterraneo dalla contraerea siriana) ha cercato il ’casus belli’ per un intervento Nato appellandosi all’articolo quattro del trattato, secondo il quale, un attacco contro uno Stato membro è considerato un attacco a tutti i partecipanti dell’Alleanza. Ma né l’Europa né gli Stati Uniti vogliono essere trascinati direttamente nel conflitto. La Cina e la Russia continuano a porre il veto al Consiglio di Sicurezza. E senza dubbio il fermo ’no’ di Mosca gioca un ruolo fondamentale. Come la situazione in Libia che sta degenerando in una spirale di violenza senza controllo. E la presenza in Siria e nell’area regionale, di gruppi jihadisti. I Paesi occidentali sono infatti sempre più preoccupati del peso che i combattenti stranieri hanno conquistato nella rivolta contro gli Assad. Se il fine ultimo è lo stesso, abbattere il regime, gli altri obiettivi, certo non sono in comune.

Rai3 – Cominciamo bene – Emergenza Siria, 14 settembre 2012

Antonella Appiano, corrispondente per la Siria del quotidiano Lindro, Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il generale Giuseppe Cucchi, Shadi Hamadi attivista per i Diritti Umani, Giulietto Chiesa giornalista, ex europarlamentare.

Giordania: calma apparente

I problemi del Regno Hascemita

Giordania: calma apparente?

Il delicato equilibrio interno, l’economia fragile, il dramma dei palestinesi e dei profughi siriani, le pressioni saudite

La Giordania finora è stata solo sfiorata (per breve tempo dal gennaio 2011) dall’ondata delle rivolte che hanno travolto gli altri Stati arabi. Ma la calma apparente non deve ingannare. Il Paese infatti deve affrontare il problema dei profughi siriani. Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Acnur), i siriani registrati in Giordania sono circa 70.000 (20mila nel campo di Zatari) più le decine di migliaia non inserite nelle liste dell’Agenzia dell’Onu.

Il governo di Amman, scrive oggi il ’Jordan Times’, “sta allestendo un secondo campo profughi nella zona di Ribaa Sirhan, vicino al confine. La struttura dovrebbe essere in grado di ospitare almeno 20.000 persone. Ma il ministro dell’Informazione giordano Samih Maaytah si è detto preoccupato: “La risposta alla crisi umanitaria richiede risorse superiori alle nostre stesse capacità: servono un programma e una risposta internazionali”. I rifugiati rappresentano un peso enorme per l’economia giordana, fragile e provata dal debito crescente, dalle scarse risorse idriche ed energetiche.

Non solo. Sono anche un’incognita che va ad aggiungersi alla ’storica tensione’ tra la Casa Reale hascemita e la maggioranza palestinese. Per capire meglio è necessario ricordare brevemente le caratteristiche della società giordana. Anche se la base di potere della monarchia hashemita è rappresentata da tribù transgiordane, la maggioranza della popolazione del regno è ormai di origine palestinese (i dati sono controversi, ma sembrano attestarsi sul 50-60%).

I primi profughi palestinesi sono arrivati in Giordania nel 1948, a seguito della creazione dello Stato di Israele. E continuarono ad arrivare, dagli anni 50 alla ’Guerra dei sei giorni’ del 1967, in quella che si chiamava Cisgiordania ma faceva parte del Regno giordano. Ai Palestinesi della Cisgiordania è stata concessa la cittadinanza, ma sono sempre stati discriminati: esclusi dall’amministrazione pubblica e dai servizi di sicurezza, e pur costituendo la maggioranza da un punto di vista demografico, rappresentati in parlamento solo il misura fra il 10 e il 20%.

L’opposizione popolare che si è manifestata nel paese a partire dal gennaio del 2011 era ed è composta sia da transgiordani che da giordani palestinesi, ma le rivendicazioni non sono le stesse. Comuni, certo, le richieste economiche, l’insofferenza contro la corruzione dilagante e l’esigenza di un governo che risponda delle sue azioni direttamente ai cittadini. Ma se si tocca il tasto della rappresentanza a livello politico, le note si fanno dolenti. Un parlamento più democratico significa nei fatti un parlamento più ’palestinese’.

L’urgenza del re Abdallah, di trovare una soluzione alla questione palestinese è testimoniata dai tentativi – sia pure infruttuosi – della monarchia (all’inizio di quest’anno) per riavviare i negoziati di pace morti da tempo. E dall’apertura nei confronti di Hamas (il cui leader Khaled Meshaal si è recato ad Amman a fine gennaio). Un’apertura fittizia dato che re Abdallah non si è dimostrato disposto a ospitare nuovamente leader dell’Organizzazione palestinese.

La guerra civile siriana sta complicando le cose. Oltre ai profughi, la Giordania – che ha già accettato già aiuti economici dall’Arabia Saudita – sembra stia subendo pressioni da Riad per aprire i propri confini alle armi provenienti dall’Arabia Saudita e dirette ai ribelli siriani.

Corruzione (gli scandali emersi nell’ultimo anno), crisi economica, tensioni sociali. La Giordania reggerà all’onda d’urto che potrebbe travolgerla?

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro – Giordania: calma apparente (riproducibile citando la fonte)