Egitto

Quartiere 6 Ottobre Il Cairo Bandiere

Little Siria al Cairo

Nella Città del 6 ottobre sventolano le bandiere nere di Jabbat al-Nusra insieme alla nuova bandiera siriana.

Quartiere 6 Ottobre Il Cairo Bandiere(Il Cairo):  “Non c’importa se sono jihadisti” dice Mohammad, indicando le bandiere nere che sventolano nelle bancarelle e in qualche caffè “basta che ci aiutino a cacciare Bashar al-Assad”.

Le bandiere sono quelle di Fronte al Nusra (Jabbat al- Nusra, Fronte della Vittoria) il gruppo militante jihadista che si è costituito in Siria nel gennaio del 2012. Senza dubbio il più efficace braccio armato delle forze di opposizione, che ha già rivendicato 43 attacchi suicidi e conquistato molte postazioni militari. E secondo il Dipartimento di Stato Usa è affiliato ad Al Qa’ida in Iraq.

Mohammad però afferma che, secondo i suoi informatori – amici e parenti- di Aleppo, Jabhat al Nusra, al nord non è visto così male dai siriani”. Anche secondo Firas (che ora vive al Cairo) “i sentimenti dei siriani in patria, si sono a poco a poco trasformati: da timore a rispetto”. Timore certo perché “l’islam radicale non appartiene al nostro popolo” ma rispetto perché “ i combattenti della formazione sono i più preparati nei combattimenti e i più corretti in città nei confronti dei cittadini”. Secondo Firas, il Fronte al Nusra controlla anche i rifornimenti dei forni del pane con giustizia mentre, “per mesi alcune frange dell’Esercito libero avevano imposto prezzi esagerati sulla farina per rifornirsi di denaro. Come sempre, nelle guerre c’è chi s’infiltra. Ed è successo anche nelle file dell’ ESL. Una minoranza, ma hanno rubato, rapinato, rapito gente, saccheggiato”. Insomma sembra che invece il Fronte abbia guadagnato consensi. Ma non tutti i siriani espatriati che ho intervistato, concordano su questo punto. Molti ne diffidano.

Mohammad, Firas, Abu Omar, Anas… sono nomi di fantasia. Mi hanno chiesto di non scrivere i nomi reali e di non essere fotografati perché hanno ancora parenti in Siria. Tante storie. E tutti, dopo un primo momento di diffidenza (ma l’amico siriano che mi accompagna li rassicura) vogliono raccontare. Entrano nel negozietto di alimentari dov’era fissato l’incontro, curiosi, si siedono, incominciano a parlare. Discutono, a volte non sono d’accordo.
Non sono profughi e neppure rifugiati politici. Appartengono alla middle-class e sono riuscii a portar via dalla Siria un piccolo capitale per avviare attività commerciali in Egitto. Arrivano da Damasco, da paesi vicino alla capitale, da Homs. “Ho corrotto gli shabbia che controllano l’aeroporto di Damasco e sono uscito dal Paese con la famiglia 5 mesi fa“, racconta Abu Omar, proprietario del negozio. Indossa una jellabia grigia e fuma il narghilè per tutto il tempo, alternandolo a numerose tazze di thé. “Siamo di Qalamoun, un’area periferica di Damasco. Allevavo e vendevo falchi per i clienti del Golfo. La nostra zona non è stata teatro di scontri ma non c’era più lavoro e la situazione diventava ogni giorno più pericolosa”.
Anas, anche lui di Qalamoun, 35 anni e due figli piccoli, temeva di esser richiamato come riservista. Aveva un negozio di elettrodomestici, ora fa il fruttivendolo.

Khaled, 18 anni, è invece di Homs. È in Egitto da 6 mesi: “I miei genitori hanno deciso di partire perché sarei stato richiamato per il servizio militare. Abbiamo attraversato il confine con il Libano e poi raggiunto il Cairo” racconta. È arrabbiato. “Molti miei amici militano nell’Esercito Siriano Libero. Io vorrei raggiungerli però mio padre mi ha preso il passaporto. Che cosa ci faccio qui? Avevo interrotto gli studi a Homs e lavoravo come elettricista nella piccola impresa familiare. Vorrei tornare in Siria e combattere”.
Mohammad invece è di Damasco, trentenne, insegnava arabo agli stranieri. “Quando sono spariti dalla Siria, ho incominciato a lavorare utilizzando Skype. Ma la connessione non era stabile. Potrei definirmi un profugo di Skype” ironizza. Dopo molte traversie in Turchia, Mohammad, ha deciso di venire in Egitto. È uscito dalla Siria nell’autunno del 2011.

Tutti provano riconoscenza per il Paese che li ospita e nostalgia della Siria dove sperano di ritornare come ‘vincitori’.Ora il potere spetta ai sunniti” ripetono tutti. “Siamo consapevoli del fatto che questa guerra durerà molto tempo – sottolinea Abu Omar – e che, quando cadrà Bashar al-Assad, la guerra sarà ancora più crudele. Ormai la nostra guerra è diventata la guerra di tutti. Aspetteremo”.
Quando chiedo che cosa pensano possa succedere, nello scenario post-Assad, si scherniscono. “Non lo sappiamo, preghiamo per la Siria”.

Sono grati a questo governo e al Presidente Morsi: Con Mubarak non sarebbe stato possibile stabilirci qui. Nessun problema con i documenti, pochi controlli. Le autorità sono tolleranti” afferma Anas. Sperano che le manifestazioni “cessino e che l’Egitto trovi stabilità“. E sono convinti che “se Morsi ha vinto Morsi deve governare”.

Il fratello maggiore di Anas mi spiega che la comunità siriana in Egitto è molto unita. “Abbiamo creato anche scuole nostre. I siriani più ricchi mandano invece i figli nelle scuole private egiziane, dove è sufficiente presentare i documenti d’identità e un attestato scolastico”. Mohammad, che ora vive al Cairo, “in un quartiere dove tutti ormai mi chiamano Usthad, ‘il professore’”, mi spiega che nella Città del 6 ottobre ci sono anche quartieri, come il numero Sei, dove abitano siriani poveri. “Vivono per lo più di carità”.

Facciamo un giro del quartiere. Ovunque insegne che richiamano alla Siria. A Damasco. Ristoranti, caffè, bancarelle che espongono bandiere, bracciali con la scritta: “Siria libera”. Forni che vendono la focaccia tipica, con il timo, il ‘saj’, banchetti con pile di sottoaceti, profumo di felafel ovunque. “Che noi siriani facciamo con i ceci e non con le fave” precisa Mohammad “e sono migliori”. Il proprietario di un ristorante, sulla soglia, ha dipinto il ritratto di Bashar al-Assad e del padre “così tutti quelli che entrano li calpestano” mi dice sorridendoIn un angolo del locale, una bandiera nera del Fronte al Nusra.

Intanto in Siria non si smette di combattere: ieri una bomba sulla città di Aleppo ha provocato 15 vittime, in gran parte bambini, come riferito dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, e c’è grande apprensione per Amedeo RicucciElio ColavolpeAndrea Vignali e Susan Dabbous, giornalisti fermati in Siria, irraggiungibili dal 4 aprile, ma che secondo la Farnesina stanno bene e presto saranno liberi, ndr.

In esclusiva per Lindro, riproducibile citando la fonte.
per L’Indro:  Little Siria al Cairo


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Il Cairo: scontri davanti alla Cattedrale copta dopo il funerale dei cristiani copti morti sabato

Questo pomeriggio intorno alle 17 ci sono stati scontri fra gruppi di cristiani e di musulmani, all’esterno della Cattedrale copta di Abbassyye. I disordini sono scoppiati dopo il funerale dei 4 cristiani copti uccisi durante le violenze di sabato. La folla è stata dispersa con i gas lacrimogeni.

Ascoltando dei testimoni, ho avuto conferma del fatto che la polizia è intervenuta tardivamente.
Che sia una scelta diretta di non supporto al governo?

Qarafa Il Cairo

Chi è e come vive il cambiamento politico il ‘popolo della città-cimitero’

Qarafa Il Cairo(Il Cairo) “Per me non è cambiato nulla. La gente continua a morire come prima. Anzi forse più di prima”, risponde placido e un po’ cinico, Ibrahim, che di professione fa l’assistente becchino nella città-cimitero del Cairo, conosciuta come la città dei morti.

Ibrahim vive nella piccola Qarafa (cimitero in arabo) nella zona di Sayyeda Nafisa. “Qui”, aggiunge,“ ho allevato sette figli. Ormai sono tutti diplomati o laureati e, tranne la figlia più giovane, abitano fuori da al Qarafa. Ma io qui sto benissimo. Sono a due passi dal centro. Qui viveva mio padre e ancora prima mio nonno”, continua Ibrahim che -jellabya marroncina, sandali di cuoio- è seduto comodamente in mezzo alle tombe, un tavolino accanto con un bicchiere di thé.
Ibrahim sa che qualsiasi governo salga al potere in Egitto, garantirà sempre acqua e luce agli abitanti di al – Qarafa anche se l’inurbamento nell’area è stato abusivo.
Ma d’altra parte”, commenta l’amico Ahmed,  “l’abusivismo fa parte di questo Paese”.

Il numero degli abitanti di  al –Qarafa non è accertato. Si calcola attorno alle 200mila persone, secondo altre stime di più. L’antropologa italiana Anna Tozzi di Marco  -che ha vissuto  nella città dal marzo 1998 ad ottobre 2005 per condurre studi e ricerche, spiega che “il cimitero era nato nel 642 d.C. ai piedi delle colline di Moqattam, ad est di al Fustat (l’antica Cairo), come primo nucleo di sepoltura dei conquistatori arabi. Ogni dinastia araba succedutasi ha dotato poi la capitale di un nuovo cimitero, caratterizzandolo con edifici religiosi e civili. Per questo nell’area si trovano molti preziosi mausolei e monumenti preziosi”.

Al Qarafa (viene diviso in piccolo e grande),  è composto da 7 quartieri, e si estende per oltre dieci chilometri all’estrema periferia orientale della metropoli. Ai piedi della collina della Moqattam, proprio vicino alle tangenziali a  otto corsie che  girano attorno capitale egiziana. Un posto, in centro, come ha detto Ibrahim. Siamo, infatti, poco distanti dalla Cittadella, dalla grande moschea di Al-Azhar e al suq “Khan al-Khalili.  Entrando dalla Piazza di Sayyeda Nafisa, dove sorge la moschea omonima, si attraversa una zona piuttosto povera dove vivono mendicanti. Molti ricavano qualche moneta nell’assistere i visitatori della moschea.  Nelle viuzze sabbiose che si snodano fra i sepolcri, gabbie di polli e carretti trainati dagli asini. I bambini giocano  a nascondino tra le tombe. Una donna accovacciata per terra in un angolo, accende un fuoco. Un’altra mi vuole vendere un libretto di preghiere.  “C’è chi abita le capanne, poi trasformate in casette, dei custodi delle tombe; chi invece ha occupato  abusivamente i mausolei abbandonati; chi vive nelle tombe di famiglia; e chi ancora in case costruite sui resti delle tombe. Molti hanno ottenuto il domicilio in maniera legale, attraverso una specie di bando pubblico, gestito dai becchini del posto, per l’assegnazione degli edifici mortuari senza proprietari” spiega Ahmed.

Nel pomeriggio del giovedì, e fino alla tarda serata del venerdì, il cimitero si riempie di gente. E’ il momento della settimana in cui, secondo la tradizione locale, le famiglie vanno al cimitero per rendere omaggio ai cari defunti. “E sulle tombe s’ improvvisano picnic e piccole feste in onore dei morti” aggiunge Ahmed.

Procedendo dalla moschea di Sayyda Nafisa verso piazza Aisha, il piccolo Qarafa cambia. Via via appaiono negozi di abbigliamento, di alimentari, botteghe di artigiani, come un qualsiasi quartiere popolare della città. “Qui molte case sono nate non sulle tombe ma sulle stalle e sugli abbeveratoi” racconta Sharif, un cinquantenne titolare di una bottega di ferramenta. Sharif è contrario al nuovo Governo. “Con il presidente Mubarak stavamo meglio. Oggi i guadagni sono dimezzati”. E’ polemico. “Ma non partecipo neppure alle rivolte. Se si continua così, i turisti abbandoneranno completamente l’Egitto. Per fortuna non devo pagare l’affitto. Sono nato qui e questa casa apparteneva a mio padre e prima ancora a mio nonno”. Ma chi dovrebbe andare al Governo? Alza le spalle. “Non m’interessa chi. Basta che il Paese si stabilizzi e che ritornino i turisti”. Si forma un gruppetto e incominciano a discutere animatamente. Che cosa succederà, chiedo ancora. “Non lo sappiamo. A noi interessa che ci venga riconosciuto il diritto di vivere nelle nostre case”.  Ormai da anni le autorità hanno concesso un contratto regolare di proprietà a molti abitanti di Qarafa. Le autorità egiziane preferiscono non interferire nella gestione della necropoli. Che è una specie di ‘zona franca’. Però garantiscono i servizi sociali di base: l’acqua, l’elettricità, la scuola e le fognature. Ci sono anche un piccolo ospedale, una scuola e un piccolo ufficio postale.

Proseguendo il cammino, a due passi dalla bottega di Sharif, l’animato mercato di Sayyda Aisha e poi ancora antichi alloggi per i  sufi (mistici islamici); piccoli e grandi palazzi nobiliari;  ribat (ospizi per i bisognosi) e ostelli per i pellegrini. Le autorità  cariote hanno sempre cercato di ‘nascondere’ ai turisti questa parte della città. Ma la zona non è per nulla pericolosa. “Ci abitano poveri senza sostentamento (circa il 20%) ma anche, appunto, commercianti e impiegati del settore privato. E il 35% lavora nella città cimitero” commenta ancora Ahmed.

Qualche domanda ad Anna Tozzi di Marco.

Com’è nato il progetto di ricerca?
Dopo due viaggi in Egitto e dopo la postlaurea in antropologia, ho consegnato il progetto al Ministero degli Affari esteri italiano con richiesta di borsa di studio.  L’ho ottenuta nel 1998 ed è iniziata la mia avventura.

L’esperienza ti ha cambiata?
Ho vissuto a Qarafa  per 7 anni. L’esperienza ha fatto maturare una maggiore consapevolezza di me stessa, della mia sicurezza personale, maggior professionalità, molta umanità.

Quali sono state le difficoltà?
All’inizio c’è stato qualche problema d’incomprensione con qualche abitante con cui avevo rapporti economici, per esempio, il padrone di casa. Problemi dovuti all’immagine stereotipata che hanno degli stranieri. Ma in generale avevo ottimi rapporti con la gente del posto. Gli unici problemi li ho avuti con la polizia…

Un lavoro come il tuo avrebbe avuto più riconoscimenti rispetto all’Italia?
Sono fuori dall’Accademia universitaria e da ogni altra istituzione ufficiale, quindi non riconducibile ad alcun ‘patrono’. A parte la borsa ho dovuto impegnami moltissimo in prima persona, anche dal punto di vista economico, per portare avanti il progetto di ricerca .In genere, tranne poche eccezioni, gli antropologi italiani accademici in generale m’ignorano. Ma io continuo a fare conferenze, mostre fotografiche. Il mio obiettivo è anche quello di sfatare i pregiudizi e le false notizie sulla comunità residente nel cimitero e nel restituirgli una rappresentazione dignitosa e non folcloristica.

Intanto chiedo ancora a un artigiano, Mahmud, che si dichiara contrario al Presidente Morsi, e anzi,  è “convinto che non resterà al potere a lungo”, per quale partito vorrebbe votare. “Non so”, risponde “ce ne sono tanti”.

In esclusiva per Lindro, riproducibile citando la fonte.
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Il Cairo- tensioni fra il Presidente Morsi e la Magistratura

Il Cairo- Musahara…manifestazione. I Taxisti, oggi, non volevano neppure portarmi in via Ramses vicino al Palazzo di Giutizia. Certo dopo venerdì scorso, quando durante la manifestazione davanti alla sede pricipale del partito Libertà e Giustizia, ci sono stati scontri, l’allerta è più alta. Ma la manifestazione si è svolta tranquillamente…

Mnifestazione Palazzo di Giustizia 29 marzo_filigrana

La Magistratura e le Opposizioni riunite nel Fronte di Salvezza Nazionale, hanno dimostrato contro la rimozione del procuratore generale Abdel Meguid Mahmoud (che è stato mandato a Roma come ambasciatore presso la Santa Sede). Al suo posto il Presidente Morsi  ha nominato Talaat Abdallah, personalità – sembra- più vicina ai Fratelli Musulmani. Polemiche da parte della Magistratura che ha interpretato la decisione di Morsi come un tentativo di influire sul potere giudiziario dello Stato. E polemiche da parte dei movimenti di opposizione. Secondo le testimonianze che ho raccolto molti dissidenti sono infatti finiti nel mirino del nuovo procuratore, che -nonostante la decisione della Corte di appello di annullare il provvedimento del presidente- ha dichiarato che ” resterà al proprio posto”. Il mio audio in diretta su SoundCloud….

Il Cairo: 29 marzo manifestazione diretta audio soundcloud

Il Cairo: manifestazione in piazza davanti al Palazzo di Giustizia, 29 marzo 2013 – diretta audio

Questo pomeriggio si è svolta un’ulteriore manifestazione contro Morsi davanti al Palazzo Giustizia.
Manifestazione che si è svolta in modo tranquillo e all’apparenza senza la presenza di forze armate o polizia.
Seguendo il corteo ho raccolto qualche testimonianza, buon ascolto.

Egitto: manifestazione davanti sede Sindacato Egiziano Giornalisti

Egitto, paese diviso

Egitto: manifestazione davanti sede Sindacato Egiziano Giornalisti(Il Cairo). Schierati sulla gradinata della sede del Sindacato egiziano dei giornalisti, a Downtown, intonano slogan: “Vogliamo la caduta del Presidente Morsi”. Sono circa le 18 del 27 marzo. E poco prima ho incrociato un piccolo corteo che scandiva lo stesso slogan, fra rulli di tamburi. La gente si ferma a guardare. Commenta. Qualcuno raggiunge i giornalisti sulla scalinata. “Lavoriamo in varie testate nazionali – racconta Ala Al-Khodairy che fa parte del sindacato – e vogliamo tutti un nuovo governo”. ”Però Mohammed Morsi è stato eletto”. “Certo – conferma- durante le prime elezioni libere del Paese, con la legittimità del voto. E con lui i Fratelli Musulmani. Ma Morsi non sta facendo nulla per i risolvere i gravi problemi economici dell’Egitto”.

Si sa che il negoziato fra il Cairo e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ristagna. Un balletto. Il Fondo, per concedere il prestito del valore di 4,8 miliardi di dollari, pone la condizione di una vera riforma dei sussidi e del fisco. L’Egitto ha bisogno degli aiuti perché le sue riserve in valuta estera si stanno esaurendo. Con il rischio di gravi disordini sociali. Ala Al -Khodairy, giacca e cartella porta-documenti sotto il braccio aggiunge: “Siamo contrari ai Fratelli Musulmani. Influenzano le decisioni politiche di Morsi. Non sanno governare e temiamo i loro principi religiosi rigidi”.

Una manifestazione come tante, quella di ieri al Cairo, che segue quelle più violente di venerdì scorso, quando sostenitori e oppositori del Presidente Morsi e dei Fratelli Musulmani si sono scontrati davanti alla sede principale del braccio politico della Fratellanza, il Partito Libertà e Giustizia nel quartiere di Moqamma. “C’è qualcosa che non quadra – sostiene Moustafa, 28 anni, guida turistica, una laurea mancata in informatica (ora disoccupato) che ha partecipato alla Rivoluzione contro Mubarak ed è schierato con l’Opposizione Civile. È stato lui ad informarmi per telefono delle manifestazioni del 22 marzo. “Troppa violenza, c’erano anche ragazzini con pietre, bottiglie rotte. Bambini di 8, 10 anni. Poveri. Qualcuno li paga? Dove è finita la nostra Rivoluzione?”. Viene in mente una frase del film ‘La battaglia di Algeri‘ di Gillo Pontecorvo: “Iniziare una rivoluzione è difficile, ancora più difficile è continuarla, e difficilissimo è vincerla. Ma sarà solo dopo, quando avremo vinto, che inizieranno le vere difficoltà”.

Il Cairo sotto una vernice scintillante, anche dal punto di vista culturale, mostra realtà di profonda emarginazione e povertà. A Zamalek, locali che non sfigurerebbero a Parigi e zone con le fogne a cielo aperto vicino al famoso ‘bazar’, Kan al- Khalili. Mente i mendicanti chiedono l’elemosina davanti a negozi lussuosi. E in tutto il Paese coesistono elementi di modernità e di arretratezza. Donne velate passeggiano vicino a ragazze in jeans aderenti e capelli al vento. Manager in giacca e cravatta e bawab, i portieri, in jellabie consunte. Fuoristrada e carretti trascinati dagli asini. Il tutto mescolato ai fermenti democratici risvegliati.

Certo un contesto difficile per un Movimento come quello dei Fratelli Musulmani legato profondamente alla religione. La transizione sembra inceppata. La via democratica si presenta piena di punti interrogativi. Come conciliare i dogmi religiosi con il principio della tolleranza, per esempio? Però questo tentatvo potrebbe anche essere il motivo delle incertezze del Partito Libertà e Giustizia. Forse stanno attraversando una fase di transizione e cambiamento. “Vivendo al Cairo, non riesco a pensarla islamizzata” afferma Ahmad, 24 anni studente di lingue alla Cairo University. “Il pericolo, piuttosto è quello di una rivoluzione per il pane. Di che cosa ho paura? Di un golpe dei militari. Molti di noi hanno creduto che l’esercito, durante la Rivoluzione del 25 gennaio 2011, si sia fatto da parte per la causa. Invece ha abbandonato Mubarak solo per non perdere il potere”.

Anche secondo Moustafa “l’esercito, fra le difficoltà del governo e le divisioni della Opposizione, è l’unico che può trarre vantaggi. Mantiene consensi anche in ambienti insospettabili, perché in quasi tutte le classi sociali, c’è qualcuno che appartiene alle Forze armate. La carriera militare per tanti è l’unica possibilità di promozione sociale”. L’esercito, in Egitto, è una lobby a capo di un vero e proprio impero finanziario: dal mercato immobiliare alle pompe di benzina, dalla produzione dell’olio d’oliva a quella dell’acqua minerale.

Egitto: una pentola a pressione pronta ad esplodere. Contraddizioni, divisioni, richieste. Anche rimpianti. Sono in moltiinfatti a rimpiangere il Raìs Mubarak. Li incontri un po’ dovunque in città. Ma per essere sicuri di parlare con i nostalgici basta andare a bere qualcosa nei giardini dell’Hotel Mariott. L’Hotel, un incanto di archi moreschi e due ettari di giardino, fa parte del palazzo fatto costruire dal Kedivé Ismail, sull’isola del Nilo Zamalek, per ospitare Eugenia imperatrice di Francia invitata in Egitto nel 1860, per l’inaugurazione del Canale di Suez Ancora nell’isola di Zamalek, si trova il Ghezira Sporting Club, dove si ritrovano, da decennni, gli appartenenti alla upper class. Sospirano, affermando che “ora non esiste sicurezza né libertà”. Un’altra accusa che ripetono spesso: “I Fratelli musulmani sono ambigui e opportunisti“. Accuse che, in verità, si presterebbero a molti esponenti politici, anche nostrani.

In taxi la radio trasmette dibattiti politici. Nei caffè, nei negozi, ovunque, si sente criticare il Presidente Morsi. Sembra una ubriacatura. Dopo l’Era Mubarak esiste per la prima volta libertà di espressione. Eppure nessuno sembra ricordare più le censure, gli arresti, la presenza nella vita quotidiana dei cittadini ai tempi del Raìs.

Al Cairo si respira un’aria strana. Un miscuglio di attesa, speranza, disillusione, rivendicazione. Anche indifferenza. Fra il folto gruppetto che assiste alla manifestazione dei giornalisti, ci sono molte ragazze. Chiedo ad una di loro, hijiab azzurro e zainetto sulle spalle, che cosa ne pensa. Alza le spalle “Ci siamo abituati”. “Che fai? Fotografi? Ma se non sta succedendo nulla”.

In esclusiva per Lindro, riproducibile citando la fonte.
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Cattolici in Egitto: “Una minoranza nella minoranza”

Intervista a Monsignor Adel Zaki, a capo della comunità cristiano-cattolica in Egitto
I cristiani hanno bisogno di unità e tolleranza tra tutte le fedi

Il Cairo – Mi accoglie sorridente, senza cerimonie nella sede del Vicariato del Cairo, a El Korbe. La sala è semplice, due divani di velluto, qualche poltrona. Monsignor ADEL ZAKI Monsignor Adel Zaki, francescano, è diventato vescovo dopo una lunga gavetta. Direttore di scuola, parroco,da quattro anni è alla guida della comunità cristiano-cattolica in Egitto. Una minoranza nella minoranza.Ma significativa” precisa Adel Zaki. In Egitto i cristiani sono circa il 10%, e la maggioranza appartiene alla Chiesa Copta. “La Comunità Cattolica” – spiega Monsignor Zaki – “è composta da ben sette riti: copto-cattolico, latino, melchita, siriaco, caldeo, armeno e greco-cattolico. I cattolici sono soltanto 250mila, però la Chiesa  Cattolica è profondamente radicata in questa terra, attraverso scuole, strutture sanitarie e culturali aperte a tutti: cristiani e musulmani. Ed è importante ricordare che la presenza cattolica in questa terra è legata a Francesco d’Assisi, al suo celebre incontro nel 1219 a Damietta, con il Sultano Malek el-Kamel, durante le Crociate. Francesco è stato un antesignano del dialogo fra le religioni e culture diverse“.

Francesco è anche il nome scelto dal nuovo Papa…
Sono convinto che Papa Francesco sarà infatti portatore dei valori della semplicità e del dialogo. Credo che il nuovo papato possa rappresentare l’inizio della distensione nei rapporti tra i Cattolici e l’Islam dopo i momenti difficili seguiti alla Conferenza di Ratisbona nel 2006. Papa Benedetto  XVI, allora, fu male interpretato. Nella sua ‘lectio magistralis’, dedicata ai rapporti tra fede e ragione, aveva citato le parole di un imperatore bizantino del XIV secolo, Manuele II Paleologo, che criticava il concetto di Guerra Santa. La Conferenza, nonostante le spiegazioni del Papa, aveva purtroppo scatenato proteste in gran parte del mondo musulmano, lasciato ombre.

Anche i cristiani copti hanno una nuova guida,  il Patriarca Teodoro II (Tawadrus), che cosa ne pensa?
Sono molto ottimista. Tawadros II ha già dato prova di apertura, dialogo, volontà di unione. È un uomo pratico, deciso. Nel febbraio scorso ha fondato un Consiglio che riunisce le 5 Famiglie cristiane: cattolici, ortodossi, protestanti, anglicani e melchiti ortodossi. Perché è di questo che abbiamo bisogno noi cristiani in Egitto: di unità. Le divisioni, si sa, indeboliscono.

In Egitto si percepisce un certo scontento. La rivoluzione e i cambiamenti politici non sembrano aver portato i cambiamenti attesi.
Bisogna sempre pensare alla Storia e la Storia ci insegna che dopo ogni rivoluzione, il percorso è difficile. Ma certo in Egitto i giovani e i movimenti civili si sentono derubati perché la rivoluzione era partita da loro. Non hanno saputo organizzarsi però. Il fronte era frammentato e diviso. E rimane diviso. I Fratelli Musulmani invece erano organizzati e hanno preso il potere. Perseguitati, discriminati, imprigionati, per 80 anni ora sono alla guida del Paese. Tanti, anche fra chi li ha votati, sono già disillusi. Scontenti. Per forza. Bisogna separare la religione dalla politica. Spesso, in nome di Dio, si rischia di colpire i diritti dell’uomo.  Nella nuova costituzione per esempio manca un articolo che dichiari chiaramente i diritti delle minoranze, dei cristiani, della donna. E molti articoli sono vaghi. Il pericolo risiede nella possibilità di una interpretazione estremista.

Il vescovo Zaki oltre che sul concetto di unità, insite molto su quello di cittadinanza. “Siamo egiziani prima di tutto. Anche io, prima che cristiano mi sento egiziano. Nel Paese non deve esistere una discriminazione in base alla religione”.


Gli Stati Uniti hanno appoggiato la Fratellanza…

Adel Zaki sorride. “Gli Stati Uniti sono fidanzati ad Israele. La loro priorità in Medio Oriente è Israele.  Chiunque sia al potere. Semplice. Non volevano rischiare di perdere i contatti e l’influenza sull’Egitto islamista, mettendo a rischio Israele”.

Monsignor Zaki non nasconde insomma le sue preoccupazioni. Lo rattrista anche il fatto che dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011, circa 150 mila famiglie cristiane abbiano lasciato l’Egitto. Ma è sereno: “Stiamo vivendo un momento difficile, di transizione, di forte crisi economica. Voglio vedere però in questo presente non ancora stabile e risolto, i segnali di un tempo nuovo. Di una nuova tappa storica per il mio Paese”.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro: L’Indro – Cattolici in Egitto: “Una minoranza nella minoranza” (riproducibile citando la fonte)

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Zibaleen city

Zibaleen City, dove vivono gli uomini-spazzatura

Zibaleen city

Il Cairo . Ti assale subito il fetore. Un odore acuto, persistente, acre, che in qualche punto fa lacrimare gli occhi.

Siamo a Mansheya,  Zibaleen City – un quartiere incastrato fra le colline di Moqattam e la Cittadella – dove vivono gli  “Zibaleen”. In arabo “Zibala” significa spazzatura e “Zibaleen”, letteralmente, “ gli uomini della spazzatura”.
Una zona off-limits per i turisti ma anche per molti abitanti del Cairo che ne ignorano, o fingono di ignorarne l’esistenza. Le strade e i vicoli sono sterrate e bisogna camminare nel fango, fra liquidi e putridume. Ai lati, case, negozi. Un’immagine surreale quella delle bancarelle di verdura fra cumuli d’immondizia, pile di cartoni, lattine, mobili rotti, abiti usati e nuvole di mosche. Due bambini giocano a pallone usando un sacchetto di plastica. Passa un carretto trainato da un somaro, stracolmo di rifiuti.

Mansheya – racconta Adham che lavora come “guida” al Monastero di San Simone il Conciatore, costruito proprio sopra il villaggio –  è abitata per il 90% da cristiani copti ortodossi e per il 10% da musulmani. Sono contadini immigrati al Cairo dal sud dell’Egitto. Senza soldi e senza  istruzione, per poter mantenere le famiglie, avevano incominciato a raccogliere i rifiuti con cui sfamare i loro maiali. I primi zibaleen sono arrivati circa mezzo secolo fa ma non abitavano qui. I governatori decisero poi di “sistemarli” tutti in questa zona. I maiali però non ci sono più. Qualche anno fa durante la febbre suina sono stati abbattuti”. Il monastero copto di San Simone (nato nel 1969) svolge anche un’importante attività di assistenza. “Ha fatto costruire un ospedale, scuole” spiega Adham e “aiuta sia i cristiani che i musulmani”.

Quanti sono oggi gli Zibaleen? Secondo Adham “Impossibile stabilire il numero esatto, ma si calcola 40mila, forse di più. E sono in aumento. La povertà e la crisi economica spingono molti contadini a lasciare le campagne”.

Il degrado sociale, umano, è evidente e le condizioni igienico sanitarie (il virus C è molto diffuso) del quartiere inaccettabili, nonostante l’intervento della Chiesa e di varie organizzazioni di volontariato. Non si tratta di povertà. Al Cairo ci sono quartieri più poveri, per esempio, quello di Duwe’a, vera e proprie baraccopoli senza energia elettrica. Ma qui il nodo è proprio il degrado e la conseguente emarginazione sociale, proprio perché gli zibaleen sono per il 90% cristiani copti. Già emarginati per motivi religiosi. E il paradosso consiste nel fatto che l’attività di “monnezzari”, pur emarginandoli, è l’unica fonte di guadagno.

Racconta ancora Adham: “Gli zibaleen riescono a guadagnare in media 400 pound (circa 50 euro al mese)”. E ci spiega come si svolge il lavoro. “Al mattino presto un gruppo di zibaleen parte con carretti o pick-up per raccogliere  l’immondizia. Il carico viene poi portato nei centri di raccolta  del quartiere dove un’altra squadra (composta anche di donne e bambini) seleziona e divide il materiale: plastica, carta, ferro, rifiuti organici. Una parte di questo sarà infine riciclato e venduto”.  Si calcola che gli zibaleen raccolgano circa 3 tonnellate di rifiuti. Legalmente, perché le autorità del Cairo hanno concesso agli zibaleen, dal 1996, una licenza per gestire i rifiuti. Ma nella capitale operano anche aziende regolari di nettezza urbana (quattro che hanno vinto una gara di appalto internazionale). Con scarso risultato. La megalopoli araba è infatti una città sporca. Produce circa 10mila tonnellate di rifiuti al giorno di cui il 20% rimane nelle strade. L’arrivo delle aziende di stampo “occidentale” aveva creato, qualche anno fa, una vera e propri rivoluzione degli zibaleen, timorosi di perdere il lavoro. Non è accaduto. Gli zibaleen sono in grado infatti, grazie all’esperienza di decenni, di riciclare quasi il 90% cento dei rifiuti contro il 60% delle aziende tradizionali che pure usano sistemi meccanizzati. Un circolo vizioso. Il quartiere degli uomini-spazzatura conviene. E così bambini e le donne in gravidanza continuano a vivere fra i rifiuti, i gas tossici, il liquame.

Un gruppetto di uomini riposa in un caffè fumando la “shisia”, mentre una ragazza, sguazzando con i sandali aperti nel fango, raggiunge un negozio dove l’insegna colorata promette una “Hair-stylist” di lusso. Anche questa è Zibaleen-City.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro: Zibaleen City, dove vivono gli uomini spazzatura (riproducibile citando la fonte)