Paesi Arabi

Kirkuk reportage - Kurdistan Iracheno

Da Erbil in collegamento telefonico con Radio Onda d’Urto

Su Radio Onda d’Urto in collegamento telefonico da Erbil, intervistata da Irene Panighetti, parlo di ciò che sta succedendo nel Kurdistan iracheno, a Erbil, Kirkuk e della situazione in continuo cambiamento in Siria e Iraq, della proclamazione del Califfato…and more

fountain citadel Erbil - Kurdistan Iracheno

La guerra pacifica del Kurdistan

Erbil (Kurdistan) Iraq – E’ tempo di Ramadan e Mohammad Nuri -imprenditore e commerciante di Erbil- ha fissato il nostro appuntamento dopo il tramonto quando il muezzin annuncia la rottura del digiuno, al Café Azado, nel Family Mall.

Ordinando un tè, cita il leader politico curdo, Abdul Rahman Ghassemlou: “non si parla molto dei curdi perché noi non abbiamo mai preso un ostaggio, mai dirottato un aereo e ne sono fiero”.

Bambini nel Campo di Khazir - Governatorato di Erbil - Kurdistan Iracheno

‘Meglio ISIS che il Governo’

Erbil (Kurdistan) Iraq – Le ultime 50 famiglie sono arrivate nel campo di Khazir (governatorato di Erbil) nella notte fra mercoledì e giovedì, dopo che i miliziani dell’ISIS avevano attaccato alcuni piccoli villaggi vicino a Mosul. Ancora gente in fuga. Gente spaventata. Arrabbiata. Stanca. Soprattutto gente. Loro, gli iracheni, non soltanto un arido numero, ma una faccia, una speranza o la tristezza negli occhi. Mille domande. Tante storie che s’intrecciano rendendo concreta la parola ‘popolo’.

Iraq: ecco come ISIS usa Twitter

Questo è il primo guest post, sul blog Conbagaglioleggero, di Roberto Favini – che scriverà sempre di Medio Oriente, di Paesi Arabi e aree di crisi – ma attraverso la chiave interpretativa del giornalismo dei dati, fact-checking e delle forme digitali di storytelling.
Buona lettura!

Se al-Qaeda rappresenta il primo soggetto violento non governativo in grado di applicare una strategia di sfida globale verso una superpotenza è anche perché, parallelamente alle operazioni militari sul territorio, ha saputo sfruttare efficacemente i vari media.

Nel corso degli anni ha saputo adattarsi rapidamente ai cambiamenti, utilizzando metodi sempre più sofisticati. Lo si nota particolarmente dall’uso crescente jihadista di Internet e, da qualche anno a questa parte, dei social media.
Nelle ultime settimane i media ci riferiscono sull’avanzata delle truppe di ISIS/ISIL in Iraq,  mentre rimangono consolidati al nord, e si stanno rafforzando nel nord-est della Siria. Negli stessi giorni però è stato anche possibile assistere a diverse novità nell’uso di Twitter a supporto delle operazioni militari.

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crediti: dailymail.co.uk

Anzitutto, una premessa per comprendere meglio il contesto, specie per chi è un po’ a digiuno di sigle e nomi di gruppi jihadisti.

ISIS o ISIL  è un gruppo terroristico nato come costola di al Qaeda, e operativo in Iraq e in Siria,  che ha rivendica presto un suo potere decisionale fino ad essere richiamato in Iraq dallo stesso Zawahiri  (leader di Al Qaida)  e invitato ad abbandonare la questione siriana. Ma il gruppo si è rifiutato di obbedire e ha dichiarato (già all’inizio del 2013)  il suo obiettivo: ricreare un Califfato islamico dell’Iraq e del Levante, sulla base di un’identità etnica, culturale e storica. Per Levante, intende la “Grande Siria” (non la Siria che conosciamo) ma quella che comprendeva invece – prima della divisione dell’Impero Ottomano alla fine della 1° Guerra Mondiale – la Siria di oggi e parte di territorio della Turchia, l’attuale Giordania, Libano, Israele e Iraq.

L’acronimo ISIS sta per ”Islamic State in Iraq and Syria” ma il gruppo fondametalista sunnita viene anche chiamato ISIL, “Islamic State in Iraq and the Levant” .

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crediti: wikipedia.org

Tornando alle modalità di utilizzo dei social media, si può notare come con al-Qaeda le discussioni su netiquette e pratiche scorrette sui social media sono superate; l’organizzazione si distingue infatti per un uso spregiudicato degli strumenti a disposizione e per la totale assenza di rispetto delle regole, come intuibile.

Ovviamente, i social network non ammettono comportamenti simili: li tollerano quando sono borderline ma li bloccano quando vanno oltre, se rilevati o segnalati da altri utenti.

Solitamente, alla sospensione di un account jihadista segue l’apertura di nuovi account, in una sorta di rincorsa continua; questo vale sia per gli account dei militanti che per quelli ufficiali dei vari rami dell’organizzazione.

Per esempio, da venerdì a oggi Twitter ha sospeso otto account affiliati a ISIS, che pubblicavano immagini di esecuzioni di massa. Le motivazioni di queste sospensioni vanno ricercate nei TOS del servizio, ma forse anche in una legge statunitense che vieta a qualsiasi persona o entità degli Stati Uniti di fornire supporto o risorse materiali a un’organizzazione che appare sulla lista ufficiale dei gruppi terroristici.

Uno di questi era l’account @nnewsi, per la cui chiusura Wikileaks ha parlato di censura, ma suscitando molte polemiche.

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Tutti i gruppi estremisti sono sempre più presenti sui social media per reclutare, propagandare e raccogliere fondi; ISIS è uno di quelli più abili in questo approccio.

Le attività di ISIS sui social media seguono uno studio e una pianificazione sofisticati; inoltre, non avendo molti sostenitori on-line, vengono usate strategie per gonfiare e controllare i messaggi.

Il governo iracheno, nel tentativo di contrastare le comunicazioni di ISIS, ha attuato il blocco degli accessi da browser a servizi web come Twitter, Facebook, Youtube, Whatsapp, Viber e Skype, ma solo nelle zone ancora sotto il controllo governativo.

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Per aggirare il blocco degli indirizzi IP di questi servizi, le milizie e i sostenitori di ISIS spiegano come utilizzare il browser crittografato TOR o come recuperare gli account bloccati.

Un altro metodo è quello di realizzare delle app per smartphone specifiche per lo scopo. Una delle iniziative ISIS di maggior successo è infatti un’app in lingua araba per Twitter, chiamata “The Dawn of Glad Tidings”. L’app è stata resa disponibile solo per smartphone Android, in quanto lo store di Apple possiede restrizioni maggiori. In realtà negli scorsi giorni è stata rimossa dal Google Play store, ma dopo essere stata scaricata centinaia di volte. Successivamente è stata riproposta su siti mirror (chiusi e riaperti in continuazione).

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Questa app viene promossa come modo per rimanere sempre aggiornati sulle ultime notizie del gruppo jihadista; una volta scaricata, ISIS richiede i dati personali dell’utente.

Dopo la registrazione, l’app pubblicherà attraverso l’account dell’utente tweet i cui contenuti vengono stabiliti dal team social media di ISIS.

I tweet sono ben studiati, con link, hashtags e immagini; lo stesso contenuto viene twittato da tutti gli account registrati, ma con un leggero ritardo l’uno rispetto all’altro, in modo da aggirare i controlli automatici anti-spam di Twitter. Per il resto del tempo, l’account Twitter è utilizzabile normalmente.

I termini di utilizzo di Twitter in materia sono infatti chiari sulle regole di automazione e pratiche consigliate.

“La creazione massiva o seriale di account con sovrapposizione d’uso, tuttavia, è vietata”

“Le violazioni possono comportare la sospensione permanente di tutti gli account correlati”.

Di seguito, l’andamento dei tweet inviati attraverso l’app di ISIS scegliendo un periodo di osservazione di due ore. Solo il giorno della marcia verso la città di Mosul, i tweet pubblicati in questo modo sono stati circa 40 mila.

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L’app era stata rilasciata già lo scorso aprile, ma solo con l’ultima offensiva è stata utilizzata in modo massiccio, come si può notare da questi altri grafici diffusi dal Telegraph.

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Analizzando la strategia su Twitter di ISIS, si nota come possa essere comparata a una comunicazione corporate, con vere e proprie campagne di marketing con hashtag e operazioni di branding, come quando viene lanciato un nuovo prodotto.

Aiutati da strumenti come l’app descritta, centinaia – a volte migliaia – di attivisti pubblicano ripetutamente nell’arco della giornata tweet che usano un hashtag concordato, che così finirà nei trending topic di Twitter. Questo risultato viene solitamente ottenuto con un una media di 72 retweets per tweet.

Il volume di tutti questi tweet è tale per cui ricercando “Baghdad” su Twitter, le prime immagini proposte siano quelle spinte da ISIS.

Esistono persino account Twitter creati apposta per pubblicare i trending topic del momento, ma soltanto dei contenuti jihadisti.

L’effetto è quello dell’amplificazione del messaggio e dell’esposizione di un numero molto maggiore di utenti.

Jabhat al-Nusra, l’unico gruppo terroristico siriano riconosciuto ufficialmente da al-Qaeda, ha un numero di follower paragonabile a quello di ISIS, ma ottiene risultati molto inferiori.

Nel mese di febbraio ISIS ha spesso ottenuto oltre 10 mila citazioni al giorno per gli hashtag, contro i 2500-5 mila ottenuti da  Fronte al-Nusra ( gruppo estremista salafita operante in Siria).

Secondo l’osservatorio Jihadica, nel mese di maggio l’utilizzo di Twitter è avvenuto in prevalenza da dispositivi Android, per pubblicare contenuti in lingua araba, con un hashtag ben preciso.

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Un altro esempio di utilizzo in stile corporate sono i focus group, come quando gli attivisti avevano promosso, dal basso, un hashtag per chiedere al leader ISIS Abu Bakr al-Baghdadi se non era il caso di cambiare il nome all’organizzazione (da “Stato islamico di Iraq e Siria” a “Califfato islamico”).

Sia al-Qaeda che ISIS sono molto attente anche al targeting: per esempio, i giovani nel Levante i giovani utilizzano quasi esclusivamente Facebook, mentre nel Golfo è più probabile che possano essere raggiunti via Twitter.

Altri obiettivi perseguiti da ISIS attraverso Twitter sono l’intimidazione dei residenti e la diffusione di notizie false. E’ interessante notare anche l’accurata scelta dell’istante per pubblicare i contenuti, che spesso accompagnano le azioni militari in tempo reale; questa tecnica ricorda molto il ruolo dei trombettieri o dei tamburi sui campi di battaglia dei secoli trascorsi.

Siria: Tu chiamale se vuoi, elezioni…

Un hashtag #BloodElection (elezioni di sangue) e uno slogan Sawa(insieme). Il primo è stato scelto dall’Opposizione siriana all’estero, il 9 maggio, per boicottare le Elezioni Presidenziali che si svolgeranno oggi a Damasco e nei territori controllati dal Regime e dai lealisti. Il secondo è il motto scelto dal Presidente Bashar al-Asad, per la campagna elettorale, una parola che vorrebbe sottolineare il concetto di unità. Ma secondo l’ultimo rapporto  dell’UNRWA e del Syrian Centre for Policy Research,  

Noura al Ameer

Voci dell’Opposizione siriana – Intervista a Noura Al-Ameer.

Noura al – Ameer, hijab colorato e sorriso aperto, è vice Presidente dl CNS, il Consiglio Nazionale Siriano (National Coalition for Syrian Revolutionary and Opposition Forces). Una delle pochissime donne, fra l’altro, a far parte dell’unica piattaforma politica di Opposizione riconosciuta dalle Diplomazie Occidentali (3 esponenti femminili su 122 membri). La incontriamo al seminario organizzato dall’Istituto Affari internazionali (IAI) sul tema “Sviluppi della Crisi Siriana e recenti prospettive” dove è intervenuta insieme al Segretario Generale del Cns, Badr Jamous, e all’attivista per i diritti umani Michel Kilo.

“Qui Siria” – La Cronologia degli eventi storici principali

Per capire gli avvenimenti siriani è necessario conoscere la storia. Nel mio ebook “Qui Siria – Clandestina ritorna a Damasco” ho riportato la cronologia dei fatti principali, dall’antichità ad oggi (precisamente fino a ottobre del 2013, data chiusura delle bozze).

Utilizzando lo strumento TimelineJS  (Northwestern University Knight Lab)  ecco qui di seguito la cronologia,

Siria, ieri, oggi e…domani?

Non si può raccontare una storia iniziando da metà libro o dalla fine. Eppure succede spesso quando si legge di Siria.  Ma è impossibile capire  gli eventi senza aver seguito una narrazione continua e il suo svilupparsi e trasformarsi nel tempo. Se annotiamo solo gli episodi che si succedono rapidi come la sequenza di spot pubblicitari al cinema: perdite e riconquiste di territorio da parte del regime o dagli oppositori armati, dichiarazioni degli attori esterni (i Paesi che sostengono uno schieramento o l’altro), formazione di nuove fazioni, abbiamo per forza un quadro confuso. Quando parliamo di  “crisi siriana” dobbiamo per forza ricordare le sue cinque fasi e quindi: le Proteste Pacifiche, la Lotta armata, l‘Internazionalizzazione della crisi, la Guerra civile, una quinta fase che potremmo definire di Trasformazione, caratterizzata dall’apertura, nell’autunno 2013, di un terzo fronte interno.

Le milizie infatti si sono frazionate in combattimenti fra brigate dell’Esercito Siriano Libero (ESL) e formazioni jihadiste. Queste ultime combattono anche contri  i miliziani curdi. Ora la Siria è entrata in una sesta fase, che potremmo definire di  Contro-insurrezione.  Anche se le formazioni jihadiste ( jihadismo, in senso contemporaneo,  può essere definito come estremismo islamico armato e in Siria, dobbiamo aggiungere, di matrice sunnita) continuano a combattere  le brigate dell’ESL per il controllo del territorio, con il fine della formazione  di uno stato islamico,  una parte dei civili siriani infatti sta reagendo perché non vengano dimenticati gli ideali delle rivolte. Questi civili (cristiani e musulmani) temono e sono vittime dei gruppi estremisti e cercano di opporsi alla violenza di milizie crudeli quanto il regime. C’è quind i una doppia “rivoluzione”.  Una contro il regime e una contro gli jihadisti  che – anche se combattono contro Bashar –  non combattono certo per ideali di libertà e dignità.

Senza dubbio questo è una schema semplificato perché, sul terreno,  il gioco delle forze è fluido, instabile. Ma almeno evita semplificazioni  più pericolose come, per esempio, quelle che dimenticano la prima fase delle rivolte non armate,  represse con violenza dal regime, o quelle che fanno partire  il conflitto dalla guerra civile o dall’arrivo dei gruppi jihadisti  (il cui afflusso massiccio dall’estero è da registrarsi dal 2012 e non dall’inizio delle rivolte nel 2011).

Intanto  la Siria è colpita da una delle crisi umanitarie più gravi al mondo: 140.000 vittime  e più di 7 milioni di profughi, tra sfollati interni  e  rifugiati all’estero. Un milione di questi,  in Libano,  secondo  gli ultimi dati dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). Il numero  corrisponde  a un quarto della popolazione libanese residente nel Paese. Profughi siriani si trovano anche in Turchia, Iraq, Giordania;  in molte località siriane,  si registra una preoccupante emergenza legata alla mancanza di medicinali e di cibo.

La guerra siriana ha già contagiato il Libano e la Turchia. Il Libano è colpito dal punto di vista della sicurezza. Le milizie del partito sciita di Hezbollah combattono al fianco dell’esercito regolare siriano contro i ribelli sunniti.  E questo fatto crea destabilizzazione e problemi di sicurezza con attentati, scontri (soprattutto al nord del paese, a Tripoli,  e nella zona sud di Beirut)  fra sunniti e sciiti libanesi. Mentre sono continui gli incidenti alla frontiera turca. La tensione nei rapporti tra Damasco e Ankara, ha subito un’accelerazione con il recente abbattimento –  da parte della difesa antiaerea turca –  di un jet siriano nel nord della provincia di Latakia, con conseguente scambio di accuse fra i due Paesi.

Da metà marzo,  il regime di Bashar al-Assad ha  registrato alcune vittorie sul terreno, riconquistando  Yabroud,  un centro vicino alla frontiera con il Libano, e altri villaggi prima sotto il controllo dei ribelli. Ma la zona nord del Paese è invece controllata in parte dall’ESL, in parte dall’Isis (formazione jihadista legata ad al Qaida) e altri gruppi jihadisti,  in parte dai miliziani curdi. Nessuno vuole posare le armi. Tutti pensano di vincere, e per il momento non vi è uno schieramento che stia prendendo il sopravvento sull’altro in maniera netta. Dall’inizio delle rivolte,  l’esercito (nonostante le defezioni) è comunque rimasto  di base fedele a Bashar al- Assad. E questo fa la differenza. Anche per questo, Bashar al Assad è ancora al potere.

Il fallimento di Ginevra 2 ( l’incontro si è svolto in due sessioni, la prima fra il 22 e il 31 gennaio 2014, a Montreux , la seconda tra il 10 e il 15 febbraio a Ginevra, e la nuova crisi internazionale ( legata alla Crimea e all’ Ucraina)  che ha allontanato di nuovo la  Russia e Stati Uniti, dimostrano che non è possibile risolvere il dramma siriano attraverso  una soluzione politica.

Siria, domani. La diplomazia non è riuscita neppure ad  ottenere una tregua significativa. O la possibilità di far arrivare gli aiuti umanitari in vaste aree del Paese. L’ipotesi più plausibile per ora rimane quindi il perdurare, per un lungo tempo, di una guerra ogni giorno più crudele.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro  L’Indro  Siria, ieri, oggi e …domani? (riproducibile citando la fonte)

Bashar al -Assad family ‘s e i suoi uomini

La Siria e il potere. Quali sono gli uomini del Presidente? In questa interessante infografica prodotta da Syria Deeply, i volti di chi muove le redini del comando e controlla l’esercito, i serivizi segreti e le più grandi compegnie.

The family Bashar al Assad Syra Deeply

 E come vi ho raccontato in Clandestina a Damasco e in Qui Siria, si è passati dal consenso del 2011, a una progressiva defezione, rappresentata molto chiaramente nel grafico

Defezioni nella famiglia di Bashar al Asad- Syria deeply

Tratto da Syria Deeply digital Media Project, un progetto indipendente creato da giornalisti e esperti delle nuove tecnologie per raccontare la Crisi siriana attraverso grafici e story telling.