Siria

Bashar al -Assad family ‘s e i suoi uomini

La Siria e il potere. Quali sono gli uomini del Presidente? In questa interessante infografica prodotta da Syria Deeply, i volti di chi muove le redini del comando e controlla l’esercito, i serivizi segreti e le più grandi compegnie.

The family Bashar al Assad Syra Deeply

 E come vi ho raccontato in Clandestina a Damasco e in Qui Siria, si è passati dal consenso del 2011, a una progressiva defezione, rappresentata molto chiaramente nel grafico

Defezioni nella famiglia di Bashar al Asad- Syria deeply

Tratto da Syria Deeply digital Media Project, un progetto indipendente creato da giornalisti e esperti delle nuove tecnologie per raccontare la Crisi siriana attraverso grafici e story telling.

 

L’ Oman e la Siria

Masqat– Il caffè all’interno del Royal Opera Hause è lussuoso. Mr Ashraf,  lo chiamerò così, ha accettato di nuovo d’ incontrarmi. Anche se non è più servizio da qualche mese richiede l’anonimato. E’ rilassato. Disdasha bianca impeccabile e il capo avvolto dal mussar, il turbante omanita, sorseggia lentamente  un thé allo zenzero. “Non abbiamo mai inviato armi in Siria. Non siamo fra i Paesi satelliti dell’Arabia Saudita per quanto riguarda il conflitto siriano. Anche se siamo in ottimi rapporti con la Casa Saud.  Ma lo siamo anche con Teheran e gli Stati Uniti. Nel momento in cui i Paesi del Golfo e l’Iran  hanno incominciato a  partecipare  attivamente alla guerra in Siria,  l’Oman ha deciso d’imboccare il cammino del non-intervento”.

Una scelta vincente. Da quando il  Sultano Qaboos bin  Al -Sa’id, è al potere,  d’altra parte, l’Oman  è riuscito a mettere in pratica con successo la formula proclamata dal ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu, al suo ingresso nel governo Erdogan, “zero problemi con i vicini”.  Una politica estera abile, raffinata e pragmatica quella del Sultano che ha sempre tenuto presente gli interessi del Paese all’interno delle complesse dinamiche regionali.  Un Paese che fa parte del Ccg, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (e cioè  Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait) ma che si muove, quando lo ritiene necessario, in maniera indipendente.  Durante il vertice del dicembre 2013 a Kuwaiu City,  per esempio, il ministro degli esteri del sultanato Yusuf bin Alawi,  ha rifiutato  in maniera assoluta,  la proposta saudita  di una unione politica e militare dei Paesi arabi del Golfo del Ccg, tanto desiderata dai Saud.

Il nostro è un Paese discreto” – sorride  Mr. Ashraf – “è conosciuto per il turismo, molti dimenticano la sua importanza geopolitica  per gli equilibri della Regione”. E in effetti basterebbe guardare una carta geografica per capirlo. “Perché l’Oman è nella Penisola arabica, ma è, nello stesso tempo, il punto di accesso per Oceano Indiano, l’Asia meridionale e l’Africa Orientale e si trova  incastrato  fra l’Iran sciita e l’Arabia saudita e le monarchie sunnite“.

Buoni rapporti con l’Iran, dunque, perché l’Oman ha bisogno del favore di Teheran per raggiungere le rotte commerciali dell’Asia Centrale (attraverso lo stretto di Hormuz). Ma in Medio Oriente tutto è fluido e può cambiare, così buoni rapporti a parte, in misura ‘preventiva’,  l’Oman sta investendo  nella costruzione del porto di al-Duqm, sul mare arabico: il più profondo bacino di ancoraggio del Medio Oriente per ormeggiare le superpetroliere e  perfetto punto di partenza per rotte orientali.

L’Oman e l’Iran condividono, inoltre, lo sfruttamento dei giacimenti di gas al largo della Penisola di Musandam (zona omanita) e quelli sull’isola di Kish (zona iraniana. Collaborano a favore della sicurezza marittima, contro la pirateria, ancora nello stretto Hormuz. E sono legati da un  patto di difesa, che prevede esercitazioni militari congiunte, firmato, quattro anni fa nel 2010. “Esiste ancora un senso di gratitudine per l’Iran (anche se allora era ancora al potere lo Shah Reza Pahlavi) per l’appoggio militare a favore del Sultano contro la rivolta della regione del Dhofar (fra il 194 e il 1975)“.

Torniamo alla Siria e al non-schieramento. “Anche se sappiamo che non possiamo pensare al conflitto siriano in termini religiosi (sunniti contro sciiti)  è pur vero che il nostro Paese è a maggioranza ibadita. Circa il 75% degli omaniti sono musulmani ibaditi, quindi né sunniti né sciiti. Un fattore che ci ha facilitato. Per quanto riguarda le relazioni con gli Stati Uniti, un elemento  che  ci unisce, è  la lotta allo jihadismo e ai gruppi legati ad al-Qaida. Temiamo  al-Qaida perché molte cellule affiliate sono attive nel sud dello Yemen, al confine con la regione del Dhofar“.

E infatti, viaggiando verso il confine, s’incontrano  numerosi posti di blocco e l’Oman sta progettando  la costruzione di una barriera di sicurezza lungo il confine ovest, non solo per l’allarme al Qaida ma anche per combattere il contrabbando delle armi. Ancora riguardo al rapporto Oman Stati Uniti: nel 1980 dopo la rivoluzione islamica a Teheran, firmarono un patto di difesa, ancora operativo (la Casa Bianca  può utilizzare le basi aeree di Masqat, di Thamarit nel Dhofar e dell’ isola di Masirah). Ma non aspettatevi di vedere militari statunitensi in giro. Sono ‘nascosti’ nell’isola di Masirah, al largo delle coste. E quando sbarcano, vestono in borghese.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro l’Oman e la Siria (riproducibile citando la fonte)

 

vedi anche

Kristall Radio 96.4fm

“Qui Siria” a KristallRadio

Intervento a “Vediamo cosa si può fare” la rubrica curata da Massimo Milone: abbiamo parlato della situazione in Siria, del mio ebook Qui Siria, della disinformazione e dei  pregiudizi sull’Islam e i Paesi Arabi.  KristallRadio 96.4fm

Siria – Dopo Montreux, aspettando Ginevra2

La giornata di ieri, la prima della Conferenza di Pace sulla Siria, non ha riservato sorprese. Era già tutto previsto. Un percorso difficile, questo dei negoziati,  per alcuni aspetti addirittura impossibile, e che rischia di finire in una bolla di sapone come la Conferenza di Ginevra del 30 giugno scorso.

Prima di tutto la mancanza di tutti gli attori coinvolti. Non solo dell’Iran ma anche dell’Opposizione (la Coalizione Nazionale dell’Opposizione Siriana) di fatto creata forzatamente e che non viene riconosciuta da tutte le formazioni  ribelli  che operano sul terreno. Parte dell’opposizione armata – composta dai gruppi jihadisti o legati ad al-Qaeda – non può né vorrebbero sedere al tavolo delle trattative e sta combattendo contro Bashar al- Asad e, nello stesso tempo,  contro l’Esercito siriano libero. Ma anche molte brigate dell’Esercito siriano libero stesso si sono dissociate dalla Conferenza.

In secondo luogo, l’impressione che le parti in causa non siano convinte davvero che l’opzione  ‘pacesia più auspicabile dell’opzioneguerra’. Perché entrambe sicure di vincere. In questi giorni, il Presidente Bashar al Asad sta riconquistando terreno e ha già dichiarato di volersi presentare alle presidenziali del 2014. Anche i ribelli, però, hanno occupato postazioni. Ricordiamo che in Siria non è mai stata raggiunto un cessate al fuoco seppure limitato, e questo non è certo un buon segnale.

Terzo punto. L’obiettivo dei negoziati è di «creare un Governo di transizione di cui facciano parte elementi del regime e dell’Opposizione». Belle parole, ma che non trovano oggettivamente riscontro nella realtà. Quali elementi di una Opposizione così frammentata, non riconosciuta e in un certo senso ‘virtuale’? E quali elementi del regime? Sappiamo che in Siria il potere reale è nelle mani del Presidente Bashar al-Asad e di pochi fedelissimi.

Senza voler togliere nulla al tentativo diplomatico creato per fermare la guerra in atto nel Paese, e che ha già causato più di 120mila morti e milioni di profughi, distrutto infrastrutture,  e parte del patrimonio artistico, l’unico risultato raggiungibile sembra, per ora, quello di un corridoio umanitario per soccorrere i civili. E sarebbe già un successo. Perché i civili, continuano ad essere intrappolati in Siria, stretti a morsa fra l’Esercito di Bashar al-Asad e i gruppi jihadisti. Senza soccorso, senza aiuti, patendo il freddo e la fame.

Un’ ultima considerazione.  La guerra civile siriana è una guerra a più piani che non riguarda solo la situazione interna del Paese ma anche -e soprattutto- le  superpotenze e i Paesi regionali,  per motivi di predominio sull’area. Se gli Hezbollah libanesi e l’Iran hanno fornito (e forniscono)  armi e uomini al regime, l’Arabia Saudita e i suoi satelliti (Qatar e Emirati Arabi) e la Turchia hanno fatto altrettanto con le forze di opposizione. Foraggiando soprattutto i gruppi estremisti. La posta in gioco è alta, e nessuno, quindi, sembra voler abbandonare la partita. Anche i rischi sono alti: la destabilizzazione dell’area nel cuore del Levante arabo. Ma ‘il piatto è forte’ e ingolosisce. Gli interessi economici e di potere tenderanno come sempre a prevalere sugli interessi della popolazione. La soluzione dl conflitto siriano appare ancora lontana.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Dopo Montreux, aspettando Ginevra (riproducibile citando la fonte)

La giornata di ieri, la prima della Conferenza di Pace sulla Siria, non ha riservato sorprese. Era già tutto previsto. Un percorso difficile, questo dei negoziati,  per alcuni aspetti addirittura impossibile, e che rischia di finire in una bolla di sapone come la Conferenza di Ginevra del 30 giugno scorso.

Prima di tutto la mancanza di tutti gli attori coinvolti. Non solo dell’Iran ma anche dell’Opposizione (la Coalizione Nazionale dell’Opposizione Siriana) di fatto creata forzatamente e che non viene riconosciuta da tutte le formazioni  ribelli  che operano sul terreno. Parte dell’opposizione armata – composta dai gruppi jihadisti o legati ad al-Qaeda – non può né vorrebbero sedere al tavolo delle trattative e sta combattendo contro Bashar al- Asad e, nello stesso tempo,  contro l’Esercito siriano libero. Ma anche molte brigate dell’Esercito siriano libero stesso si sono dissociate dalla Conferenza.

In secondo luogo, l’impressione che le parti in causa non siano convinte davvero che l’opzione  ‘pacesia più auspicabile dell’opzioneguerra’. Perché entrambe sicure di vincere. In questi giorni, il Presidente Bashar al Asad sta riconquistando terreno e ha già dichiarato di volersi presentare alle presidenziali del 2014. Anche i ribelli, però, hanno occupato postazioni. Ricordiamo che in Siria non è mai stata raggiunto un cessate al fuoco seppure limitato, e questo non è certo un buon segnale.

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Radio Onda d'Urto intervista Ginevra2 -22 gennaio 2014

Ginevra2 – Siria: analisi per Radio Onda d’Urto

Radio Onda d'Urto intervista Ginevra2 -22 gennaio 2014

Intervistata da Irene Panighetti per Radio Onda d’Urto sulla Conferenza internazionale di Ginevra2, la mia esperienza di reporter  in Siria e i motivi per cui, secondo, me la Siria non è il “Paese del Male” .


La comunità cristiana in Siria

Richard W. Bulliet, uno dei più autorevoli studiosi statunitensi di storia musulmana, scrive ne ‘La civiltà islamico cristiana‘.  «Dimentichiamo spesso che Islam e  Occidente hanno radici comuni e condividono molta della loro storia. I contrasti non dipendono da differenze essenziali ma da una prolungata ostinazione a non voler riconoscere la parentela che li unisce». E aggiunge : «nel passato, protestanti e cattolici si sono massacrati a vicenda e i cristiani hanno perseguitato e oltraggiato gli ebrei. Eppure oggi le valutazioni di parentele di civiltà che uniscono protestanti, cattolici ed ebrei non risentono di queste pesanti memorie storiche. Non possiamo invece unire l’Islam nel concetto perché  siamo eredi di una tradizione storiografica cristiana costruita volutamente sull’esclusione, sull’immagine dell’Islam come altro come  cattivo».

Qualche data per capire meglio. La regione siriana faceva parte dell’Impero romano e con la disgregazione di questo (395-634 DC) passa sotto il controllo dell’Impero Romano d’Oriente e successivamente entra a par parte dell’Impero Bizantino. E’ in Siria che avviene la conversione di San Paolo,tra il 34 e il 37 DC. Il 20 agosto 636  gli arabi sconfiggono i bizantini sulle rive del fiume Yarmuk  (affluente del fiume Giordano a sud del lago Tiberiade). L’esercito arabo travolge i Sasanidi, si riversa sulla Persia e sulla Mesopotamia bizantina, arrivando alla fine del 639 alle porte dell’Egitto. La Siria è quindi il primo Paese conquistato dai musulmani al di fuori dell’Arabia. Dopo quasi un millennio di dominazione occidentale, entra nell’orbita del mondo arabo, assumendo come riferimenti culturali e religiosi l’Oriente, l’Islam e il mondo semitico.

Muawiya nel 661 fonda il Califfato Omayyade con capitale Damasco che diventerà uno dei maggiori centri culturali del tempo, califfato che durerà fino al 750  quando si trasforma in  Califfato Abbaside (fino al 1258)  con capitale Baghdad. Damasco perde prestigio e la Sira diventa una provincia. XI-XIII Secolo Anche il territorio della Siria si trova ad essere campo di battaglia durante le crociate. 1259 invasione mongola e nel 1401 invasione di Tamerlano che saccheggia Damasco e Aleppo. Dal 1516  al 1918 fa parte dell’Impero ottomano. Nel 1914, l’anno dell’inizio della Prima guerra mondiale, nell’Impero, i cristiani erano circa il 24% della popolazione, e nella zone che oggi chiamiamo, Siria, Libano, Palestina e Giordania, il 30%. Ma la Grande Guerra segna la sconfitta della ‘Sublime Porta’, alleata degli imperi centrali della Germania, Austria e Ungheria che viene spartita dagli Stati vincitori. E non solo. In Medio Oriente nasce un nuovo ordine politico.

Dalla dissoluzione dell’Impero Ottomano sorgono la Turchia moderna, e i primi Stati Nazionali arabi ma sotto forma di  colonia o mandato, creazioni artificiali, dovute a giochi di potere. Un Medio Oriente, insomma, assoggettato a sfere d’influenza della Russia, della Gran Bretagna, della Francia. La divisione venne fatta a tavolino, tradendo l’accordo Husain-McMahon (1915) con il trattato di Sykes-Picot del 1916 e senza tenere conto dei desideri delle popolazioni locali.  Nel 1919 in margine alla Conferenza di Pace di Parigi, il sistema mandatario spartisce la Mezzaluna fertile tra Francia e Gran Bretagna, la Siria è sotto la Francia, la Palestina sotto la gran Bretagna. E la Francia divide la “Grande Siria, in Siria e Libano. I due Stati sono nati rispettivamente nel 1924 e nel 1926. La Siria ottiene l’indipendenza effettiva dalla Francia solo nel 1946. L’anno successivo nascono il partito Nazionale, il partito del Popolo e le prime elezioni politiche sono vinte dai nazionalisti.

A Damasco nasce il Partito Ba’th (Rinascita) basato sull’affermazione del nazionalismo arabo. Dal 1949 al 1954  la Siria vive una forte instabilità politica, con ben 4 colpi di  Stato militari. Il 1956, è l’anno della Nazionalizzazione del Canale di Suez, rotta strategica per i commerci verso e dall’Oriente, da parte del Presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, leader carismatico del nazionalismo arabo. Nello stesso anno iniziò l’influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente in senso anticomunista (Guerra Fredda). 1958 Istituzione della Repubblica Araba Unita. RAU, tra Siria e Egitto con capitale Il Cairo fino al 1961 quando il 28 settembre, con un colpo di Stato militare, la Siria si separa. Nel 1963 Colpo di stato di alcuni ufficiali baatisti, fra cui Hafez al- Assad (padre dell’attuale Presidente Bashar) che prendono il potere, sostenuti da altri gruppi di militari. Il nuovo Governo avvia la nazionalizzazione di ogni settore dell’economia. Nasce l’Ufficio della Sicurezza nazionale.

1964 Prima insurrezione anti-regime ad Hama che viene repressa duramente. 1966 Colpo di Stato interno nel Ba’th. Il colonnello al comando dell’aviazione Hafez Assad diventa Ministro della Difesa. 1967 L’esercito siriano è sconfitto  nella guerra dei Sei giorni contro Israele che occupa le alture del Golan. Israele occupa anche il Sinai egiziano, e la Cisgiordania. Nel mese di novembre la risoluzione 242 delle Nazioni Unite richiama Israele al rilascio dei territori occupati. Ancora oggi il Golan è occupato da Israele. 1970,  il 16 novembre, il Ministro della Difesa Hāfiz al-Asad,  con un golpe incruento, assume il ruolo di Presidente con mandato settennale. 1976-1982,  i Fratelli Musulmani attaccano esponenti del partito partito Ba’th. Nel 1979 sono uccisi 32 cadetti alawuiti  dell’Accademia militare di Aleppo. Per rappresaglia e per reprimere la Fratellanza musulmana che rappresenta l’opposizione, Hafez al- Assad fa radere al suolo nel 1982 di Hama (roccaforte dei Fratelli Musulmani). Si parla di 10 mila morti, 20mila morti (il numero non è mai stato accertato con sicurezza).

E’ stabilita la pena di morte per i seguaci del movimento. 2000,  il 10 giugno, Hafez al-Assad muore e il  figlio Bashar al-Assad  diventa il nuovo Presidente della Repubblica siriana. Annuncia riforme nel campo della tecnologia e dell’educazione. Da il via alla privatizzazione delle banche. Scarcera centinaia di Fratelli musulmani. Gli intellettuali incominciano a riunirsi. E’ iniziata la ‘Primavera di Damasco‘. Nel 2001 i comitati per la rinascita  pubblicano  il Manifesto dei Mille del 2001 (che chiedeva l’avvento del pluripartitismo), la leadership di Bashar reagisce con arresti e chiusure.

Nel 2004 a Qamishli, nel nord est della Siria, scoppia una rivolta dei curdi siriani che viene repressa con violenza. Bashar al-Assad rifiuta qualsiasi ipotesi separatista. Nel 2004 gli Stati Uniti impongono sanzioni economiche alla Siria, accusata di supportare il terrorismo internazionale.

Nel settembre 2008, a Damasco si svolge un incontro a quattro, con Francia, Turchia e Qatar, per un piano di pace per il medio Oriente. Durante il summit esplode una bomba nella capitale. La colpa verrà attribuita a militanti islamici. Inverno 2010/2011 Egitto, Tunisia e in misura minore, altri Paesi arabi, sono attraversati da proteste e ribellioni.  Per motivi economico sociali soprattutto. Le difficili condizioni di vita, la disoccupazione,  la maldistribuzione delle ricchezze, la corruzione, la violazione dei diritti umani, il diritto alla libertà di informazione sono tematiche ricorrenti.
Il processo, definito con il nome di ‘Primavera Araba’ per ora non ha portato soluzioni definite ed è ancora in fase di trasformazione in tutti Paesi coinvolti.  2011 (metà marzo), anche in Siria hanno luogo le prime proteste pacifiche a Damasco e a Daraa, dopo l’arresto di alcuni ragazzi che avevano scritto sui muri della scuola slogan anti-regime. I ragazzi vengono liberati ma le manifestazioni continuano. La Polizia spara sulla folle.  Il regime comincia ad accusare ‘bande armate’. Bashar al -Assad  annuncia alcune riforme richieste, fra cui l’abolizione dello stato di emergenza, in vigore da quasi mezzo secolo, e la liberazione di alcuni prigionieri. La protesta non si arresta e si estende a Lattakia, Homs, Baniyas. Manifestazioni a favore di Bashar a Damasco.

Nel Paese su 22 milioni di popolazione, i cristiani sono circa  2 milioni (il 10%)  una comunità di ben  11 Chiese. E sono rappresentati da comunità ortodosse, (per esempio greco-ortodossa di Antiochia, ortodossa siriaca) e cattoliche (rito latino, caldeo, siriaco maronita, melchita e armeno). Dal punto di vista confessionale la maggioranza è musulmana sunnita (72%) . La minoranza di maggior rilievo demografico è quella alawita (circa l’11% della popolazione), un ramo sciita cui appartiene la famiglia di Bashar- al Assad. Molti cristiani erano stati cooptati nel sistema dagli Assad, già dal padre di Bashar,  e i cristiani, in generale hanno sempre sostenuto il regime, sentendosi protetti. Certamente all’inizio delle rivolte le testimonianze delle comunità a favore del regime e quelle che riflettevano il timore di un cambiamento e di una deriva islamista erano tante. Le paure dei cristiani sono state senza dubbio anche alimentate e strumentalizzate dal regime, ma questo fatto non le rendeva meno ‘vere’.

Le rivolte pacifiche represse duramente si sono trasformate in lotta armata e sono degenerate in Guerra Civile, alimentata dall’intervento di potenze straniere, regionali e internazionali e dalla formazione o dall’afflusso di gruppi estremisti di stampo jihadista o al qaedista e da mercenari. Dalla metà marzo del 2011,  dopo più di due anni e mezzo dall’inizio delle rivolte, la Siria vive una nuova fase in cui, i ribelli sono sempre più divisi sia sul campo sia nelle rappresentanze politiche.

E nell’autunno di questo 2013, si è aperto un terzo fronte interno fra le  brigate dell’Esercito Libero Siriano e i gruppi jihadisti. Sul terreno la situazione è in continuo cambiamento. E i cristiani, ma non solo, anche i sunniti e le altre minoranze, sono coinvolte negli scontri tra i militari di Assad e i ribelli dell’opposizione; fra quelli dell’Esercito Siriano libero e i gruppi fondamentalisti. Secondo il quotidiano britannico ‘The Independent’, il 60 per cento dei cristiani siriani si sarebbe stabilito oltreconfine. E i fatti di Maloula, nel sud-ovest della Siria, considerata cuore della cristianità, presa d’assalto dal gruppo Fronte al Nusra, legato ad al Qaida, sono gravi. Fonti Human Rights Watch stimano che almeno 200 persone siano state uccise durante l’assedio. Alawiti e Cristiani, accusati di sostenere il regime di Assad. E’ proprio su questo punto che bisogna fare chiarezza, credo. Le milizie estremiste non rappresentano l’Islam.

Ma è anche importante riflettere su altri fatti. E’ innegabile che la violenza richiami violenza, e che in Siria, ormai si stanno verificando casi di vendetta. Il punto è che i cristiani non sono attaccati in quanto cristiani ma in quanto difensori del regime. Una lettura basata sulla religione è  riduttiva perché la religione ha sempre coperto interessi, potere, tentativi di supremazia politica o territoriale. Basti pensare alle Crociate. La Siria come ho ricordato nelle note storiche è nata ‘forzatamente’ ed è davvero un crogiolo di etnie e religioni. Ma i gruppi fondamentalisti attaccano anche gli sciiti, i sunniti, i drusi. E in ogni caso, va sottolineato che  gli scontri ‘su base settaria’ di oggi non sono state le cause delle rivolte.

Allora, i cristiani sono in pericolo in Siria? E’ innegabile che in questa ultima  fase della guerra siriana le correnti dei ribelli si sono e si stiano estremizzando sempre di più. Le infiltrazioni qaediste sono  in aumento. E queste milizie sono le più forti sul campo e quelle meglio equipaggiate ed armate. Ovvio che se i cristiani si sentivano già in pericolo nel 2011, ora, dopo i fatti recenti di Maaloula e di Sadad, sono impauriti, terrorizzati per il loro futuro in Siria.  I salafiti hanno davvero distrutto chiese, ucciso. Ma nel ‘ragionare’ sui cristiani non bisogna dimenticare i 126mila morti, i profughi di ogni etnia o religione che vivono in condizioni durissime nei campi, al freddo. Non dimentichiamo i morti sotto le bombe dell’Esercito  o sotto i cannoneggiamenti o i colpi dei cecchino. Non dimentichiamo il resto. Non dimentichiamo il passato, anche quello recente. Perché il regime deve sedere al tavolo delle trattative a Ginevra 2, senza dubbio.  Ma non si torna più indietro. Il regime ha davvero favorito la  convivenza pacifica? O sono i siriani che si sentivi uniti? O addirittura -come ipotizzano alcuni analisti- gli Assad  hanno alimentato le paure delle minoranze per mantenere il potere?
Soprattutto non dimentichiamo che la guerra è guerra, per tutti. E che la Siria sta andando a pezzi.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro La comunità cristiana in Siria (riproducibile citando la fonte)

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ConBagaglioLeggero  aderisce alla campagna lanciata da SiriaLibano e altre piattaforme on-line.

La Siria non è il Paese del Male perché i siriani sono accoglienti, gentili. Sfiniti dalla sofferenza di una guerra che, in quasi tre anni, ha causato la morte di almeno 126mila persone e la fuga di 2 milioni e mezzo di cittadini. Non è il Paese del Male perché i siriani mi hanno sempre accolta e aiutata con generosità anche nei momenti più difficili. Rischiando per me.

La Siria non è paese del male

Anteprima dell’e-book “Qui Siria -Clandestina ritorna a Damasco”

“Qui Siria. Clandestina ritorna a  Damasco”.

In Siria continuano le rivolte. Riesco a sentire via Skype Fares, è preoccupato. Lui crede nelle manifestazioni pacifiche, ma si rende conto che le cose stanno cambiando. Già mi aveva avvisato, a luglio, dell’arrivo di armi in Siria. E mentre esco dal Paese…

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Aleppo una famiglia a piazza Saadallah al Jabri 9 agosto 2012

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