Algeria
23 settembre 2014 : Minireport Esteri
#Minireportesteri. #Siria. Questa notte Usa e alleati hanno iniziato i bombardamenti aerei per colpire l’Isis (o IS) in Siria. Le prime operazioni su Raqqa, roccaforte dei miliziani dell’autoproclamato “Califfato”. Un gruppo “affiliato” ai miliziani del Califfato ha rapito in #Algeria un cittadino francese. In un video video viene intimato al presidente Francois Hollande (che fa parte dei Paesi che stanno bombardando le postazioni Isis in Iraq) di bloccare le operazioni militari. (fonte Nyt) #Turchia. Ieri il Paese ha richiuso i valichi di frontiera con con la Siria. #Onu lancia allarme rifugiati: più di un milione di siriani hanno attraversato i confini dall’inizio della rivolta contro il regime.(fonte Nyt, Bbc)
Il fondamentalismo islamico
Come districarsi nelle paludi di un fenomeno complesso
E’ diventato un circolo vizioso fra semplificazioni, proclami, notizie e immagini terrificanti. Negli ultimi mesi, il termine jihadismo, ha invaso di nuovo i media, generando spesso confusione o alimentando paure e diffidenze nei confronti dell’Islam.
Ma prima di tutto che cosa significa? Lo abbiamo chiesto a Ludovico Carlino, Dottorando presso l’University of Reading, in Gran Bretagna, dove si occupa di jihadismo e di Al-Qaeda.
SIRIA: QUALE FUTURO?
Gilles Kepel, accademico francese ed esperto di Islam e Medio Oriente, in un recente articolo su ’Le Figaro’, ha dichiarato: “In Siria i problemi interni e la lotta per la democrazia avviata dalle forze di opposizione contro la leadership al potere, sono direttamente articolate con altre linee di forza generate dalle petromonarchie del Golfo, l’Iran, Israele, la Russia, la Cina, gli Stati Uniti e in misura minore l’Europa”.
Fin qui niente di nuovo. Da tempo la crisi siriana si è internazionalizzata. Ed è sempre più difficile prevedere gli scenari futuri e una soluzione pacifica per un Paese in cui, secondo le parole dell’inviato dell’Onu per la Siria Lakhdar Brahimi, “la situazione ha ormai raggiunto proporzioni catastrofiche”. Nell’intervista rilasciata all’emittente televisiva ’Bbc’, Lakhdar Brahimi è apparso realista, per nulla disposto a cedere a facili illusioni. O al fascino delle parole vuote delle diplomazie.
D’altra parte, il 78enne algerino non vanta al suo attivo solo importanti missioni di mediatore (inviato della Lega Araba dell’Onu in Afghanistan e in Iraq, in Libano per gli accordi di Taif nel 1989) ma ha vissuto anche in ’prima linea’ i dieci anni di Guerra civile algerina. Dopo il colpo di Stato appoggiato dall’esercito dell’11 gennaio 1992 – che aveva annullato la vittoria elettorale al primo turno (con 188 seggi su 231) del Fronte Islamico di Salvezza – era stato infatti nominato Ministro degli Esteri. E aveva mantenuto posizioni intransigenti, di ’non negoziazione’ con la parte avversaria.
Una sola la nota positiva nel discorso di Brahimi alla ’Bbc’: “Mi rifiuto di credere che il popolo siriano si ridurrà a una cieca visione settaria dell’esistenza fino a uccidere il vicino di casa”. Eppure è proprio ciò che è successo in Algeria. Tra il il 1992 e il 1998, decine di migliaia di vittime. Algerini contro algerini in un lungo e sanguinoso conflitto che lacerò profondamente la società civile.
Atteso sabato prossimo (8 settembre 2012) a Damasco, Brahimi, forte della sua esperienza, conosce benissimo la posizione intransigente della leadership siriana. E quella, altrettanto intransigente, dell’opposizione armata. Come potrebbe essere ottimista? Credere in un possibile ’cessate al fuoco’? A una ’smilitarizzazione’ delle parti in campo?
Intanto il presidente russo Vladimir Putin in un’intervista al Canale Tv ’Russia Today’ ha ribadito che “non è la Russia a dover cambiare atteggiamento sul conflitto in Siria, ma piuttosto il fronte dei paesi occidentali”. E ha aggiunto, riferendosi alla Libia: “Vorrei ricordare che le iniziative dei nostri partner non sono certo finite tutte come loro stessi avrebbero voluto”. La Cina invece si è limitata a dichiararsi “favorevole un dialogo politico tra regime e opposizione, ma senza pressioni dall’esterno”.
Sull’altro fronte dei paesi ’generatori di linee di forza’, la Turchia. Il primo ministro turco Tayyip Erdogan ha accusato il Presidente siriano “di aver creato con il suo regime uno Stato terroristico”. Certamente Erdogan teme l’alleanza dei curdi del Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) con i curdi siriani. E cerca sostegno. Domenica scorsa a Istanbul, si è svolto in segretezza un incontro fra il direttore della Cia, David Petraeus e Hakan Fidan, responsabile del Mit, i servizi segreti turchi. Nel gran gioco medio-orientale non mancano le fonti di funzionari anonimi dell’Amministrazione Usa, citati dal ’New York Times’, secondo i quali “l’Iran sta rifornendo in modo massiccio Damasco di armi per via aerea, passando per i cieli iracheni”.
A proposito di armi: il timore che la crisi siriana possa oltrepassare i confini, interessando altri paesi dell’area e la possibilità di un conflitto nel Golfo Persico, hanno fatto incrementato le vendite. Nella classifica dei paesi in testa nel rifornimento dei propri arsenali c’è l’Arabia Saudita, che (fonte: Congress Reserch Service) ha acquistato armi dagli Stati Uniti per più di 33 miliardi di dollari.
Antonella Appiano in esclusiva per L’Indrohttp://www.lindro.it/Siria-quale-futuro/ (riproducibile citando la fonte). |
Dopo le Primavere arabe, Parlamenti più “rosa”
Quote rosa, si o no ? Uno sguardo ai recenti risultati in Algeria, Tunisia ed Egitto.
In politica, ’quote rosa’ sì oppure no? In Italia, in questi ultimi anni, le diverse proposte di legge hanno provocato polemiche e schieramenti trasversali favorevoli ed apertamente contrari. Secondo molte italiane infatti, le ’quote rosa’ – percentuali minime fissate per legge di presenza femminile imposte all’interno di organi elettivi – riflettevano un deterioramento della posizione della donna. Se c’è parità infatti, la presenza femminile nel Parlamento dovrebbe essere qualcosa di ovvio, così come è per la rappresentanza politica maschile.
Ma qual è la situazione nei Paesi arabi coinvolti nelle Primavere? Che cosa è cambiato per le donne in politica? In Algeria, il presidente Abdelaziz Bouteflika, dopo aver ha introdotto le ’quote rosa’ in Parlamento (nel novembre 2011) ne ha visto i risultati dopo le elezioni del 10 Maggio scorso. Le elezioni – vinte dal FLN (Front de Libèration Nationale) del presidente che ha ottenuto 220 dei 462 seggi- hanno portato infatti ’alla vittoria’ ben 148 parlamentari donne, cioè il 31,39% dei deputati. Un terzo dell’Assemblea Nazionale.
Nel Paese le donne rappresentano il 53% della popolazione, e sono già da tempo presenti nel mercato del lavoro occupando anche posizioni di rilievo in società pubbliche e private. Il codice di famiglia algerino non è adeguato però e le neo-deputate hanno già ricevuto molte richieste perché si uniscano, superando barriere politiche, nell’interesse delle donne. Uno scenario che punta ad un’azione unitaria per una leadership femminile nel mondo arabo.
E le ’quote rosa’ sono state istituite anche in Egitto. La nuova legge (approvata nel giugno 2011) definisce il limite minimo di 64 posti ’al femminile’ disponibili su 508. Attualmente le donne in politica sono poche. E la proposta delle quote rosa obbligatorie è stata fortementecaldeggiata dal Consiglio nazionale per le donne. Lo slogan promozionale: “Compagne nella vita, compagne in Parlamento”. Così come in Italia, la legge ha provocato aspri dibattiti.Per i sostenitori è l’unico modo per garantire la presenza femminile , per i detrattori solo un modo per ’ghettizzare’ le donne egiziane.
In Tunisia, le elezioni del 23 ottobre scorso le ha vinte il partito islamista, En-Nahdah: la tornata elettorale ha visto una buona rappresentanza politica femminile. Presenti al 50 per cento nelle liste elettorali grazie ad una legge ’post-primavera’ più avanzata di quella italiana, le signore della politica tunisina, sono state presentate però soltanto per il 5% come capilista.
Insomma, la storia si ripete. E’ necessaria parità nella vita, nel lavoro, nella politica. Cioè, uguaglianza. Stessi diritti, stessi doveri, stesse opportunità. C’è ancora molto da fare, e non solo nei paesi arabi. Donne colte, preparate, istruite. Ma riusciranno ad emergere in politica? In questo caso, meglio non guardare all’Italia come esempio.
Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/dopo-le-primavere-arabe-parlamenti-piu-rosa/ (riproducibile citando la fonte)